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Full text of "Cose di Napoli offerte ai suoi amici"

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Cose di Napoli 



COSE 



DI 




APOLI 



offerte ai fuoi amici 



da 



Raffaele Andreoli 



?M£) 



%OMA, 



Tipografia Elzeviriana, 

via della Mercede, 3S-}6. 
1875. 



34- 5.75 1 




0/2 pubblico queflo libriciattolo per fin 
di guadagno, e la provati è che lo re- 
galo agli amici. Né meno lo pubblico per man- 
darlo alla più o meno tarda pofterità, perchè fio 
bene che il poverino non ha gambe per arri- 
varci. Io voglio fioltanto aver fiotto la mano 
qualcofia da prefientare a coloro che fi apendo come 
io, non contento di porre del nero fini bianco per 
conto dello Stato, imbratto anche talvolta della 
carta per conto mio proprio, mi fi dicono defii- 
derofi di ammirare qualche parto del mio ingegno, 
e fiono probabilmente curiofi di vedere che ra^a 
di roba il mio cervello almanacchi. 



71 7805 



6 

Volendo dare a quefta pubblicazione una fpe- 
cie di unità, ho meffo infume un discreto numero 
di cofe che tutte per la qualità del loro /oggetto 
poffon dir fi, di Napoli; alcune timidette e vergo- 
gno/e di dover la prima volta ufcir dal fondo 
de miei f cartafacci al cof petto degli uomini, al- 
tre che hanno già prefo gufo a correre il mondo 
per la cor te fé accoglienza che ci hanno trovata. 

Ma la mia f celta ha avuta anche un altra 
ragione. 

Vedi Napoli e poi muori, dice un proverbio. 
Riconofcendo che fi può viver beniffimo dopo 
aver veduto Napoli, e co fi pure fen^a mai veder- 
lo, fi deve però convenire che quefto è il più bel 
paefe del mondo. Allo fplendor del cielo e del 
mare, alYubertà del fuolo, corrifponde V acume 
delle menti e la bontà degli animi: la terra Si- 
mili a sé gli abitator produce. Efempre che 
quefta felice produzione è fiata, non dico aiutata, 
che tal ventura non Ve mai toccata finora, ma 
poco o punto contrariata, offa ha da lo frutti 
mirabili. Nel XVI fecola, dopo tanto lunga t 
rovinofa vicenda di interne lotte e di guerre, 
Torquato Tuffo, difeorrtndo di quali città TI- 



7 

talia poteffero gareggiare con Parigi, rammen- 
tava in primo luogo Napoli, chiarissimo per la 
piacevolezza e comodità del sito e per la mol- 
titudine de' baroni e de' cavalieri. Ma il domi- 
nio fpagnuolo, che fu fempre e dovunque la 
peggiore di tutte le dominazioni flranier e, aveva 
già cominciata V opera fua devaftatrice. Circa 
tre f ecoli di fempre crefcente miferia ed igno- 
ranza fecero delle nofìre Provincie quel governo 
che tutti fanno: pure, che non f off ero effi baflati 
a tutto corrompervi e guattarvi, lo moflrò quella 
pleiade di grandi penfatori e di grandi patriotti 
che nello f cordo del paffuto f ecolo, non appena 
fu reftituito a se V antico reame, deftarono la 
meraviglia e la pietà di tutto il mondo civile. 
Ma la mannaia del primo Ferdinando, la po- 
lizia ed i preti del fecondo, compirono l'opera 
lafciata incompiuta dagli Spagnuoli. Groffe te-* 
neh re d'ignoranza, refe ancora più fenfibili dai 
lampi di dottrina e di genio che pure le rom- 
pono; un grande abbaffamento morale, tanto 
da far parere fuperbia e quafi tener per infinito 
lo sformo de pochi magnanimi di follevarsi dal 
comune livello; quella mancanza di fiducia negli 



altri eh' e tanto naturale in chi non ha ftima di 
se, e che rendendo imponibile la disciplina, dif- 
f perde ogni foraci; Yufan^a di cercar le cagioni 
dei nojlri guai dapertutto, fuorché in noi fteffi, 
propria di tutti gl'ignavi, che quando dovreb- 
bero aiutar fi afpettano fempre di effere aiutati: 
fono quefte pur troppo le condizioni in cui la 
libertà ci ha trovato. ZMa di fiffatte condizioni 
fi pub giuflamente incolpare il popolo napole- 
tano? Né manco per fogno. I popoli hanno il 
loro fato, come lo hanno gli individui; ma non 
è già quello fognato dagli antichi: fato a ciafeun 
uomo e il fuo carattere, a ciafeun popolo è la 
fua floria. Ed auTJ al popolo napoletano po- 
trebbe dar fi lode di fuperiore al fuo fato, in- 
quantochè effo è migliore affai di quello che 
avrebbe potuto farlo la nequizia degli uomini, 
fé meno contrafiata da benignità di natura. Se 
non che, convinto della necefjità, per chi voglia 
trovar rimedio ai propri mali, di conofcerli 
anzitutto e di confeffarli, io ho fempre deplo- 
ralo apertamente le molle piaghe che guaftano 
la divina beitela della mia Tartenope. DiCa di 
quella nini francherà parecchi miei concittadini 



fi ebbero a male, e taluno traficorfie fino ad ac- 
cularmi di poca carità del natio loco. Ouefto 
libr ice 7 'nolo fiervird, /pero, a mojìrare che io 
pò fi fio amare il mio paese nativo diverfiamente 
da altri, ma che non lo amo meno di nessuno. 



Roma, 15 maggio 1875. 




PROSE 







IL MOLO DI NAPOLI. 



'BOZZETTO 1 

Il Ell'Ottobre ultimo, ero a Napoli da 
un paio di settimane, ed avevo riveduto la più 
parte dei luoghi che m'importava di rivedere, quando 
un bel giorno, lì verso il tramonto, mi ricordai di non 
avere ancora fatto una visita alla più vecchia, se non 
alla più cara delle mie conoscenze, al Molo; e subito 
mi ci avviai. L'aveva ben visto di sbieco la sera del mio 
arrivo; ma primieramente era buio, e poi una delle fa- 
mose carrozzelle mi sbalzava a rompicollo per lo svolto 
del Piliere, e poi... parlo o taccio? come dicevano i 
nostri arcadici, quando stavano per isballarla un po' 
grossa. Parlerò, perchè credo che sia il meglio, e dirò 
che il momento dell'arrivo a Napoli, per quanto men 
tristo che per addietro, gli è pur sempre un tristo mo- 
mento. Figuratevi che al mio primo apparire sotto 

i Pubblicato nel Pctffatcmpo di Torino, 2$ giugno 1865. 



14 II Molo di Napoli. 

l'arco dell' Immacolatella, una turba di giudei mi si 
gettò addosso, proprio come a Gesù Cristo nell'orto, 
e per isvincolarmi da' facchini che volevano a forza le- 
varmi la sacca di mano, per liberarmi da' cocchieri che 
si contendevano la mia povera persona a rischio di farla 
in quarti, perduto il lume degli occhi, io aveva dato dei 
piedi in una grossa valigia messa giusto attraverso il 
passaggio, o per malizia, o con quella magna negligentia 
di cui i giureconsulti dicono che culpa ejì; e levatomi 
di terra abbastanza malconcio, mi ero gittato nella 
prima carrozzella (non tanto presto che anche prima di 
me non saltasse a cassetta un facchino deciso a servirmi 
ad ogni costo), e scappavo via dal porto come un cane 
scottato. 

Altro dunque che pensare al Molo ! e buon per esso, 
perchè probabilmente in quel punto io gli avrei augu- 
rato di sprofondarsi nel mare; ed ora, a sangue freddo, 
ne proverei rimorso. 

Eccomi dunque giù per il Largo del Caftello, che dopo 
quattro anni di vita nuova non ha rinnovato altro che il 
nome, adesso Piazza del Municipio, incamminarmi 
piede innanzi piede alla volta del Molo. Lascio a destra 
la granguardia, tutto soddisfatto di non più vedervi at- 
traverso l'inferriata quel brutto misto di spavalderia e 
di trcmerella eli' era il tipo del soldato borbonico, da 
cui non si salvava nemmeno la rosea faccia dei discen- 
denti di Guglielmo Teli. Ora il soldato italiano, assai 
più che delle armi sue, forte della stima e della simpatia 



// Molo di "Mapoli. 15 

generale, se ne sta lì tranquillamente a godere lo sva- 
riato spettacolo che gli offre il più vivace popolo della 
terra, e la sua modestia non gli fa neppur sospettare di 
essere egli stesso la parte più bella e più cara di quello 
spettacolo. Subito dopo vengono i fossi di Castel Nuovo, 
ora in parte colmati dalle macerie dell' abbattuto tor- 
rione, tra' cui merli il famoso dì 15 maggio del 1848 fa 
chi affermò di avere affigurato re Ferdinando indiriz- 
zar la mira de' suoi artiglieri contro i punti della citta 
prediletti dal paterno suo cuore. Per quanto le mine 
sieno malinconiche, specialmente dove è tanto difficile, 
anzi addirittura problematico di vedervi nulla sostituito, 
quanto dentro la giurisdizione del municipio di Napoli, 
io non seppi fare a meno di ridere un cotal pocolino 
della magra figura che faceva così per terra il prelodato 
torrione. Insulto a un caduto, brontolerà un borbonico ; 
ma se cadessimo noi, si contenterebbero quei signori 
di un magro risolino ? Le galanterie dei La Gala e dei 
Caruso sono appena le prove del ballo che ci tengono 
in serbo ; e se noi con tutto ciò non abbiamo voglia 
che di ridere, ci lascino fare. 

Quel tratto di strada che corre lungo il fosso fino alla 
porta del Castello, ora si differenzia di poco da qua- 
lunque altra delle principali contrade di Napoli. Una 
specie di confettiere sul principio, nelle cui sale discre- 
tamente eleganti un po' si mangia, un po' si beve, ma 
sopratutto si fi l'occhietto a due o tre visini di donne 
incaricate (0 tempora ! more/!) del servizio. Poi un 



16 II Molo di Napoli. 

caffè da negozianti, oh quanto diverso dal famoso caffè 
del Molo, il cui solo nome risuscita tutto un mondo di 
uomini e di cose che non sono e non saranno mai più. 
Segue un teatrino di forze, di destrezze, di bestie am- 
maestrate, di portenti di ogni sorta : e sulla panca late- 
rale all'ingresso figurano ancora il pagliaccio tempestato 
di nerbate, di calci e schiaffi, delizie dell' umanissimo 
pubblico; la donna in gonnellino e più o meno sudice 
brache, con la fronte cerchiata di ottone e la sua brava 
tromba in mano, non più donna neppur della voce, che 
gli strapazzi e gli abusi han fatta più chioccia di quella 
di Pluto ; un paio di ragazzacci maschio e femmina, 
vittime predestinate ai passatempi del popolo sovrano; 
e padrone assoluto di tutti il capo della brigata, il cui 
grosso nerbo di bue è troppo più simpatico agli spet- 
tatori di quanto si crederebbe dover essere ad uomini 
liberi. Ma tutto ciò per lo più non differisce da quanto 
si vede dapertutto, fin sulla piazza Milano a Torino, 
che molti geografi pretendono esser proprio agli anti- 
podi del Molo di Napoli. Ultimo viene il teatro del Se- 
beto; ma anche qui, per quanto strani gli annunzi degli 
spettacoli, per quanto incessante il tuonar della nio- 
schetteria, il batter dei tamburri, lo strepitare del pub- 
blico, che se ne sentono di fuori, non c'è gran divario 
da quanto si pratica in qualunque altro dei teatri d'Italia 
particolarmente destinati all'educazione del popolo. Una 
volta 'però, oli ! una volta la cosa cya ben altrimenti; 
perochè a girar tutta quanta la terra non si sarebbe 



11 Molo di Napoli 17 

potuto trovare tanta quantità e tanta varietà di cose 
quanta n'era accumulata in quel poco di strada. 

Presso la carrettina del venditore di arance, il biroc- 
cino del cavadenti: allato alla tavola del venditore di 
fichi d'India, il piccolo laboratorio àéìfrancelUccaro in- 
tento a manipolare corani populo e spartire in pezzetti 
la sua bionda pasta di mele : accanto al sorbettiere am- 
bulante, il cantor de' miracoli, che un po' canta accom- 
pagnandosi col violino, un po' racconta, mostrandole 
con una canna dipinte sopra un gran cartello, le varie 
vicende di un furfante matricolato, che per aver da fan- 
ciullo mantenuta l'usanza di recitare ogni giorno una 
avemmaria ad un abitino sospesogli al collo dalla madre, 
campò dalla forca, essendosi miracolosamente spezzato 
il capestro già strettogli alla gola ; poi cavata di sac- 
coccia una manata di abitini, a stento soddisfa alla 
ressa de' compratori, a cui non par vero di prender con 
un soldo le loro cautele contro i possibili sbagli della 
giustizia criminale. E dapertutto un formicolio di gente 
d'ogni condizione ed età, un turbinìo di voci di ogni 
tuono, sormontate a vicenda da squilli di trombe, colpi 
di gran casse, abbaiamenti di cani; un finimondo in- 
somma da far girar la festa a chiunque non fosse nativo 
di Napoli e per di più abituato al Molo. 

Io che ci era abituatissimo, la mercè della buona 
memoria del mio povero babbo che ogni giorno vi si 
recava, con me fanciullo per mano, a scambiare quattro 
parole d' inglese con un padrone di barca di sua cono- 



18 II Molo di Napoli. 

scenza, mi ricordo che tra tutto quel trambusto distin- 
guevo a preferenza la voce un po' nasale e strascicata 
di un giovine pallido e melanconico, vestito da operaio, 
che tenendo con la destra sollevata una verghetta piro- 
tecnica accesa, ripeteva monotonamente « Frafchette 
di fuoco a dodici un grano » ad un semicerchio di ra- 
gazzi come incantati da quello sfavillamento, ma dei 
quali non vidi mai mano portarsi alla scarsella, proba- 
bilmente perchè ce l'avrebbero portata invano. Né 
quegli si sgomentava; ma come l'una verghetta era sul 
finire, ne cavava tranquillamente un'altra dalla tasca di 
cuoio che gli pendeva dal collo, ed accesa la nuova al 
mozzicone, gettava questo in terra, e ricominciava il 
suo verso. Calcolate le moltissime che ardeva, e le 
poche che doveva pur vendere, gli è un problema come 
quell' uomo campasse. Ma il campare a quel tempo in 
Napoli era una cosa sì facile, che appena sarebbe adesso 
credibile. Non cosi il vivere, se vero è quel che dice 
Dante, che « Vivere è ragione ufare, » Per esempio, 
un giorno che io guardava le solite fraschette di fuoco, 
ecco venire a quella volta un branco di poveri strac- 
cioni a capo chino e colle pugna dolorosamente strette 
insieme sul petto, incalzati da una squadriglia di birri 
che a gran colpi di lunghe canne d'India applicati alle 
seminude spalle se li cacciavano innanzi. Pien d'orrore 
e di sdegno mi strinsi a mio padre, che mi disse: « E 
se facessero così al tuo babbo, che faresti tu? » — « Io, 
risposi di botto, cercherei d'un coltello, e ne darei nelle 



Il 0\ioìo di Napoli . 19 

pance di quei mostri. » La qual risposta parve tal mi- 
racolo al brav'uomo, che poi per un gran pezzo gliela 
sentii raccontare ; e li sul fatto volle premiarmene con 
lo spiegarmi che quella spazzata di stracci si faceva 
perchè quel giorno si aspettava al Molo la carrozza di 
non ricordo più qual principe straniero, a' cui occhi si 
voleva che il paese facesse buona comparita. Ed aveva 
tutta l'aria di darmi una spiegazione naturalissima, da 
non trovarvisi punto a ridire. Del resto, cosiffatto amor 
proprio da proprietario si rinnovava ne' Borboni ad 
ogni venuta di sovrani; e i più burloni tra' popolani, 
sapendo che era fuoco di paglia, si studiavano eluderlo. 
Quando ci capitò Niccolò di Russia, ordine fui dato a 
tutti i cocchieri da nolo di metter giubba nera e cap- 
pello incerato, e a tutti gli scalzi di metter le scarpe. 
De' cocchieri ci fu chi fece la giubba e chi il cappello 
di carta; qualche labaro dette il lustro alla pelle dei 
suoi piedi: e tutto andò per lo meglio. Ma torniamo 
al Molo. 

Presso al teatro del Sebeto è lo sbocco della popo- 
latissima contrada di Porto, in cui nelle ore pomeri- 
diane versandosi a ondate i soldati borbonici dall'op- 
posta porta di Castel Nuovo, mescolavansi con quelle 
di popolani e di marinai moventi a rincontro, e poco 
men che non intercettavano la via. Dopo il 48, l'uscita 
quotidiana di quella soldataglia macchiata di sangue 
cittadino, emulatrice delle infamie poliziesche, e pronta 
per un nonnulla a vendicarsi dell'odio e del disprezzo 



20 II Molo di Napoli. 

universale col manomettere gl'inermi, aveva sempre un 
che di pauroso e di sinistro che turbava le gioie della 
stessa più stupida plebe. Ed anche prima di quell'anno 
nefasto, quell'uscita era talvolta causa di forte appren- 
sione. Io ricordo con orrore le vere battaglie com- 
battute assai volte in quella contrada tra soldati siciliani 
e napoletani. La Sicilia era gelosa della sua esenzione 
dalla leva, e quel volpone del Bomba era ben contento 
che i fieri isolani si privassero da sé della disciplina 
delle armi. Ma per quel suo pizzicore di far soldati, non 
potendo prenderne tra l'onesta cittadinanza siciliana, 
ne prendeva dalle galere. Aveva così raggranellato un 
par di reggimenti da rifornirsi man mano di galeotti, e 
giustamente se ne teneva. Rivali di costoro nella grazia 
del Re erano i reggimenti a pie ed a cavallo della 
Guardia Reale, sorta di Pretoriani o di Giannizzeri, 
meno il valore. Un bell'umore diceva che la Guardia 
napoleonica moriva e non si arrendeva, ma che la bor- 
bonica aveva trovato il modo di non morire né arren- 
dersi, fuggendo sempre. Quella rivalità costituiva fra i 
detti corpi uno stato perenne di guerra. I siciliani senza 
armi apparenti, ma tutti muniti di coltelli e ancor più 
di rasoi, i napoletani pavoneggiantisi nelle loro vistose 
divise, si mescolavano al popolo quasi non d'altro cu- 
ranti che di parteciparne i divertimenti. Poi a mano a 
mano si sceveravano, facevano capannelli, e in un dato 
momento eccoli tutti coi ferri in pugno scagliarsi gli 
uni sugli altri. Il popolo, al primo addarsi della mala 



Il Molo di Napoli. 21 

parata, se la svignava; i bagattellieri d'ogni sorta ripie- 
gavano le loro carabattole; e il campo restava tutto 
alla fratricida lotta di uomini dalla rabbia trasformati 
in bestie feroci. Le lunghe sciabole e le grandi persone 
della Guardia sopraffacevano il più delle volte le armi 
corte ed i piccoli corpi degli avversari; ma la vittoria 
era sempre caramente pagata. Ho ancora in sugli occhi 
un granatiere menato in vettura allo spedale, con non 
men di una dozzina di ferite sulla sola faccia. Si sa- 
rebbe potuto evitare quel sangue, scompagnandoli di 
guarnigione, ma anche la tirannide ha le sue civetterie; 
e forse il Re si compiaceva di veder così conteso il suo 
favore; di certo poi doveva godere che quel sangue 
crescesse rancore tra' due popoli, sapendo bene che i 
pregiudizi bevono grosso, e che né la Sicilia avrebbe 
considerato che si trattava de' suoi geleotti, né Napoli 
che si trattava dei suoi granatieri. Salvo questa e qual- 
che altra tale eccezione, le belle e svariate divise mili- 
tari crescevano brio al vecchio Molo e vi attiravano 
molto numero di nutrici, cameriere, fantesche ed ogni 
altra gradazione di donne di servizio, adoratrici per- 
petue di Marte. 

Il secondo tratto della strada del Molo non mi parve 
mutato gran fatto. Il trasferimento dell' amministra- 
zione delle poste nello sventurato non meno che bello 
palazzo di Gravina ha fatto emigrare di là i segretari 
ambulanti che infioravano di tutte le grazie del loro 
stile e del loro carattere le lettere de' poveri idioti de- 



22 II Molo di Napoli. 

stiliate ad essere ingoiate dalla prossima buca. Poveri 
martiri, quante volte ho compatito alle vostre torture 
vivamente espresse dallo scontorcersi della faccia e dal 
convulso tremar della cima della vostra penna d' oca, 
mentre una petulante serva con una nuova aggiunta o 
variazione frullatale pel cervello vi costringeva a stor- 
piare con le proprie mani il parto del vostro ingegno ! 
Ma consolatevi; la vostra sorte è comune a molti appli- 
cati, i cui soprastanti non sono più ragionevoli delle 
vostre pratiche, e sono poi infinitamente più brutti, e 
di più non si possono corbellare facendo lor dire altro 
che non vogliono, come son certo che non di rado fate 
voi altri. Anche i ciccaioli (mii^imari) avranno scelto 
altro campo, perchè non un solo io rividi de 5 tanti scar- 
tocci di cicche ond'era tappezzato l'accesso al teatro del 
Fondo. Ma le son mancanze che appena si notano. 
Quel che salta agli occhi è la bellezza esterna del detto 
teatro, già ammirata da vari anni, alla quale ora si ag- 
giunge l'interna eleganza per opera del Maieroni, e non 
manca ornai che ciò che manca dapcrtutto in Italia, 
roba buona da rappresentare. Ma verrà anche questa 
subito che di un centone variopinto, che tuttora siamo, 
saremo fotti una vera stoffa di nazione tutta d'una tinta 
e d'un pelo, nella quale le comiche forbici potranno ta- 
gliare per bene. 

Il Molo propriamente detto, comincia dalla porta 
della Darsena. Quel giorno ch'io vi riposi il piede era 
uno de'più belli tramonti del sole in quel magico golfo. 



Il i\Colo di "Ma pò li. 23 

L'occhio correva libero fino all'estrema Lanterna, il cui 
muro di mattoni imporporato dal tramonto le dava 
apparenza di una torre di fuoco. A destra, alcuni legni 
da guerra galleggiavano alteramente nel porto militare 
già immerso nell'ombra, mentre i pennoncelli delle 
loro antenne rifulgevano ancora degli ultimi raggi so- 
lari. A sinistra una fitta di legni a vela ed a vapore 
assiepava il porto mercantile, alcuni dediti alle loro 
operazioni di commercio, altri voluttuosamente abban- 
donati al più compiuto riposo. In mezzo la bella via 
del Molo, con le sue grandi lastre di pietra del Vesuvio 
diligentemente spazzate, co' suoi be' marciapiedi perfet- 
tamente sgombri, con la inferriata rizzata da poco ver- 
so il porto militare accuratamente pulita, ma... Questo 
ma suggeritomi dalla quasi solitudine regnante in quel- 
la già frequentatissima via, si tirava dietro una tal folla 
di rimembranze, di sentimenti e di idee, che per met- 
tervi un po' d'ordine mi ridussi appiè della Lanterna, e 
dominando di là tutta quanta la scena, detti alla fanta- 
sia licenza di ripopolarmela delle immagini del tempo 
che fu. Prima però di ricordare le mie fantasticherie, 
giova fare un'avvertenza, perchè a sentir parlare di so- 
litudine regnante in un luogo come il Molo, non ci sia 
chi ne argomenti male per il commercio e per la fre- 
quenza de' forestieri in Napoli. Tutt' altro! Il cambio 
delle merci e il viavai de' viaggiatori son venuti sempre 
aumentando dal giorno che Napoli si levò d'in sullo 
stomaco quell' incubo orrendo della dominazione bor- 



24 11 ZAtoIo dì Napoli. 

bonica. Vuoisi dunque avvertire che tutto il movimen- 
to commerciale si fa per le sottostanti banchine, quello 
della marineria da guerra per la Darsena, quello dei 
viaggiatori per l'imbarco dell'Immacolatella; sicché sul 
Molo non e' è propriamente che da passar tempo e 
prendere il fresco quando ce n' è. E così era pure in 
temporibus illis, salvo che adesso il popolo preferisce 
di passare il tempo altrimenti e di pigliare il fresco al- 
trove. 

Tutta la lunga e larga strada mi tornava in mente 
gremita di gente, ma di gente che dall'un lato della 
strada era tutta in moto, dall'altro tutta immobile. Gli 
è perchè il lato verso il porto soleva esser percorso dai 
passeggiatori con quella confusione, con quel rimesco- 
lamento ineviabile dove non sia convenuto che ognuno 
tenga alla sua destra; e questa convenzione a Napoli, 
dove per la gran folla il bisogno n'ò maggiore, non c'è 
neppure adesso che tanti Napoletani ne han gustato i 
vantaggi sotto i portici di Po, ma ci si continua ad ar- 
rabattarsi con quello stesso ordine con cui il divino 
Poeta osservava le minugie de' corpi Mover fi per lo raggio 
onde fi lifia Talvolta Y ombra. Tutti però si guardavano 
bene di appressarsi troppo all'orlo della strada occupato 
da pezzenti che disposti in vari gruppi più o meno 
plastici, facendo mostra di piaghe e di storpiature più o 
meno problematiche, invocavano con alti guai la carità 
de' passanti senza che ordinariamente l'autorità trovasse 
punto da mischiarsene. Quel lato invece che guarda la 



Il Oìtol o di 'Hjd p ol i . 25 

Darsena era per tre quarti occupato dagli spettatori 
de' burattini. Su questi ultimi c'ò poco da fermarsi, 
perche de'burattini se ne trova dapertutto, e dureranno 
quanto il mondo. Pure io non saprei trasandar questa 
occasione di dare un pubblico attestato di riconoscenza 
alla memoria (morto di certo è il brav'uomo, ch'era 
allora già vecchio) del burattinaio egregio che tante 
volte deliziò la mia fanciullezza. Mi pare ancor di ve- 
derlo col suo castello in ispalla venirsene bel bello lì 
sul vespro, accompagnato dalla moglie carica di un 
grosso fagotto dalle cui aperture scappavano fuori la 
nera faccia di Pulcinella tra le braccie dell'eterno suo 
rivale Coviello, e la gaia gonna di Colombina implicata 
nel funebre ammanto della Morte ; e dietro essi con 
comica gravità trotterellava un piccol cane lupigno, che 
non di rado interveniva nella farsa, senza che l'estetica 
popolare si mostrasse punto urtata da questo eccesso di 
realismo e dalla sproporzione tra la statura del cane e 
quella dell'uomo. Non era ancor finita di piantare la 
baracca, e già un gran semicerchio di gente le stava 
dinanzi, che poi venivasi a mano a mano ingrossando 
per modo da invadere talvolta l'intera larghezza della 
strada. E non era tutta plebe veh, ne' tutta ragazzaglia; 
ma persone d'ogni condizione ed età, tutte col mento 
levato, stavano per lunghe ore attente egualmente allo 
spettacolo, con tanto desiderio di vederne la fine che 
neppur quando la moglie del burattinaio col suo piat- 
tello di stagno in mano passava ad invevitabile rassegna 



26 11 Ùvtolo di 'N.ap oli . 

tutto quanto il pubblico, un solo spettatore non aveva 
il coraggio di svignarsela. Successo invidiabile certa- 
mente per tanti autori di commedie, i cui sforzi per 
farsi tollerare mi confermano sempre più nella mia sti- 
ma per il povero improvvisatore del Molo. 

Pel cantastorie poi gli è un altro conto. Il cantasto- 
rie fu per Napoli quasi una istituzione, e prima che 
questa istituzione non sia scomparsa del tutto, merita 
bene che se ne discorra un poco più che della baracca 
de' burattini. A non tener conto di qualche straordina- 
rio e sempre vano tentativo, tre generi di storie avevano 
al tempo mio tre particolari cantori, il pubblico dell'uno 
de' quali non aveva né aver voleva punto che fare con 
quello degli altri. Tutti e tre, per giustificare il loro 
nome , belavano con monotona cadenza una parte 
delle rispettive storie, ma smessi poi subito quegli in- 
comodi trampoli, andavano per la piana continuando 
il loro racconto in tuono ordinario. Se togli questo 
punto di contatto, in tutto il resto si differenziavano di 
molto. Il cantastorie puro, quello esclusivamente dedi- 
cato al signor di Montalbano , ed il cui uditorio era 
quasi interamente composto da' così detti appajjwnari 
di Rinaldo, non era più che una squallida testimonianza 
del buon tempo antico. Il vecchio cantore non aveva 
nulla lasciato del suo sacramentale abbigliamento di 
oltre mezzo secolo addietro. Aveva ancora in testa il 
gran cilindro qua e là ammaccato ed in più luoghi 
precursore de'lori suggeriti dall'odierna igiene; sul naso 



// i\Colo di e bLapoìi. 27 

i grossi occhiali tenuti insieme dallo spago; indosso la 
giubba rattoppata; in mano il suo grosso, lacero ed 
. unto zibaldone : tutti insomma i distintivi con cui lo si 
figura nelle tante raccolte de' copimi di Napoli. Sola- 
mente egli, inabilitato dagli anni a tenersi in piedi, se- 
deva sur una panca, e il suo scartafaccio appoggiava 
sulle incavalcate ginocchia, e la sua destra che una volta 
accompagnava la sua cantilena, or gli serviva spesso 
spesso a rimettere in bilico gli occhiali traballanti sul- 
1' avvizzito suo naso. Pochi uditori , tutti vecchi, gli 
sedevano intorno, fumando la loro pipa, dormicchiando, 
guardandosi attorno, senza che il narratore si adontasse 
punto di una indifferenza ch'egli stesso sentiva e la 
quale peraltro non noceva alla scarsa ma sicura raccolta. 
La mia vispa fanciullezza rifuggiva dallo spettacolo di 
queste viventi rovine; ond'io delle abitudini di quel 
crocchio non saprei dir più di quanto se ne vedeva 
passando. 

Non così del giovine cantastorie che a pochi passi 
di distanza insultava co' suoi quotidiani trionfi la de- 
solata decadenza del vecchio. Io era de' più assidui fre- 
quentatori della sua numerosissima riunione, fino al 
punto di venire a posta da Portici, dove la mia famiglia 
recavasi qualche domenica a desinare, per non perdere 
il filo delle sue narrazioni. Anzi io sarei ben ingrato se 
per un malinteso orgoglio non confessassi che a quel 
mio gusto debbo in parte l' amore che ho poi sempre 
avuto a' grandi poeti. Perochè quell' ardito novatore 



28 Il Molo di Napoli. 

non se ne stava contento alle rancide fiabe de' Reali di 
Francia, di Buovo di Antona, di Paris e Vienna, del 
Guerrin Meschino ecc., ma trasvolava al Morgante del 
Pulci, all'Orlando del Boiardo e dell'Ariosto, alla Ge- 
rusalemme del Tasso, e fino talvolta all'Eneide di Vir- 
gilio. È vero che egli raffazzonava di capo suo quelle 
divine creazioni: ma questo che fa? Ei le raffazzonava 
appunto in quel modo in cui l'uditorio suo poteva so- 
lamente gustarle ; e 1' ombre di que' sommi potevano 
sorriderne, ma non averselo a male. Ricordo per esem- 
pio, ch'egli mandava Enea a caccia con un magnifico 
schioppo, senza che alcuno se ne formalizzasse più che 
gli inglesi non si formalizzino a sentire da Milton che 
gli angeli nelle loro celesti battaglie adoperarono il can- 
none. Certo è che tutti i suoi raffazzonamenti, o vuoi 
anche dire le sue storpiature, lasciavano pure all'Ariosto 
bellezza bastante per innamorarmene a segno ch'io non 
detti mai pace al mio povero babbo finché non me ne 
ebbe comprata una copia in 5 volumi discretamente 
macchiati dal tempo e ricamati dai tarli, ma che non- 
dimeno a' miei cupidi occhi sembravano tanti gioielli, 
lira questo cantastorie un' ometto sui trenta, brut- 
tino anzichenò, ma simpatico, e di volto e di occhi 
espressivi quanto altro mai de' nati a vista del Vesuvio. 
Vestiva sempre da marinaio, non so più se per un co- 
tal suo capriccio, o per ossequio al suo primo mestiere. 
Libri non se ne vedevano mai tra le sue mani, ma 
soltanto una mazzetta, sulla quale appoggiatisi ine- 



/ / 5\C o ì o di "K.U p oli. 29 

diante la sinistra allorché pacatamente narrava, e che 
brandiva poi nella destra quando invasato dalle pro- 
dezze de' suoi eroi imitava il colpeggiare delle loro ir- 
resistibili spade. Durante quei brevi, ma non rari pa- 
rossismi, il primo cerchio de' suoi uditori, ch'erano 
quelli seduti per terra, raccoglieva a sé le gambe per 
far piazza bastante a' suoi salti da ossesso , e per gua- 
rentirle da qualcuna di quelle botte da orbo : il secondo 
ordine, ch'era di seduti su panche, e il terzo de' ritti 
in piedi, lo seguivan degli occhi, della testa, di tutta 
quanta la loro persona; e guai a chi, incapace di tale 
entusiasmo, si fosse avvisato di riderne! Si narra divari 
che v'han lasciato la pelle. Ed anch'esso, il povero can- 
tastorie, lasciò la sua pelle sul Molo una sera che nel 
teatrino dirimpetto allora alla porta della Darsena ap- 
piccò zuffa, e troppo diverso da'suoi fatati ed invincibili 
paladini prese non so quante collcttate mortali. I suoi 
successori, da meno assai di lui, non resistettero all'urto 
de' tempi nuovi , e, sempre battendo in ritirata; si ri- 
fugiarono prima nella uggiosa ed appartata piazza della 
Dogana vecchia, poi ne' remoti ed equivoci dintorni di 
Porta Capuana, dove sento che ora danno gli ultimi 
tratti. Eppure, quell'esaltazione della forza posta al ser- 
vizio dell' innocenza e della bellezza, aveva il suo lato 
buono; e in mancanza di meglio, si sarebbe potuto 
trarne partito per isfangare alquanto le anime, se di 
quel fango non fosse stato geloso il governo, come del 
suo più vitale elemento. 



30 1 1 *]SL o l o di M ap o li . 

Ultimo veniva il cantore delle gesta de' più famosi 
briganti : un uomo corto e tarchiato, zoppo al segno di 
dover reggersi con le grucce, vestito alla foggia degli 
operai, e nella voce, nello stile, ne* gesti, umile fino alla • 
bassezza e faceto fino alla sguaiataggine. Parecchi, 
vedendo il costui uditorio sempre numeroso, hanno 
espresso la loro meraviglia che un governo così minu- 
tamente censorio come il borbonico lasciasse poi in 
pieno aere magnificar le umiliazioni e le sconfitte di 
tutti i rappresentanti e gli agenti della legge, dal su- 
premo magistrato fino all' ultimo gendarme; e dopo 
fatta questa osservazione, si son tenuti di poco inferiori, 
se non pure eguali, a Machiavelli e Montesquieu. Po- 
veri ingenui! L'istinto tirannesco serviva ai Borboni 
assai meglio che non serva a voi la vostra finezza. Rap- 
presentanti del disordine morale, del pervertimento della 
pubblica coscienza, del trionfo della forza brutale e del- 
l'astuzia volpina sulla disarmata bonarietà del diritto, 
essi non erano che briganti in grande, nò potevano non 
simpatizzare con quelli che lo fossero in piccolo. Da 
ciò la fiacca e svogliata persecuzione che permise al 
canchero del brigantaggio di perpetuarsi in quelle Pro- 
vincie: da ciò la propensione agli accordi, per cui un 
Re, capo di centomila soldati, come Ferdinando 11, 
non ischiiava di stipular pensione a un capo di una 
ventina di briganti come Talarico: da ciò la facilità ad 
accettare i briganti per soldati e i loro capi per generali, 
come tante volte dal 99 fin Oggi, E che i loro istinti 



Il Molo di "Ma pò li. 31 

non gi* ingannassero, è qui l'odierna cronaca del bri- 
gantaggio per dimostrarlo. Io mi meraviglio piuttosto 
che non incoraggiassero lo sciancato panegirista dei 
precursori di Caruso e di Crocco. Se fosse ancor vivo, 
egli dovrebbe recarsi a Roma, dove re Francesco tal- 
volta cambia il suo Ministero, e farvi valere i suoi titoli 
al portafogli della Pubblica Istruzione. 

Tutto questo picciol mondo di più o meno lode- 
voli passatempi era minacciato, specialmente ne' dì fe- 
stivi, da un serio pericolo. Ad un tratto uno sgomento, 
direi quasi un terrore s'impossessava di tutta quella 
gente: tutti gli occhi si volgevano verso il Largo dei 
Castello, d'onde un picciol gruppo di persone, simile 
a nodo di nubi apportator di procelle, avanzavasi ratto ; 
e tutte le labbra mormoravano : « La Missione » . For- 
mavano quel gruppo un sacerdote, un par di chierici 
portanti un grosso crocifìsso, un tabarro e qualche altro 
ammennicolo, e dietro essi alcuni bacchettoni caricati 
di qualche seggiola, panca, o asse da rizzare baracca. 
Giunto infatti il Missionario sul Molo, la sua baracca 
era tosto rizzata, col suo bravo crocifisso ritto in un 
canto; ed egli, montatovi su, cominciava con muggiti 
da toro ferito a chiamare il popolo ad ascoltar quella 
che modestamente ei chiamava parola di Dio. I meno dif- 
ficili, considerato che la quistione era di passare il tempo 
e che a ciò tanto valeva uno spettacolo quanto un altro, 
scopertasi la testa, si acconciavano a sorbirselo in pace. 
Quelli di meno facile contentatura, quatti quatti se la 



32 II Oriolo di Napoli. 

svignavano, e spargendosi per le bettole di Porto e 
della Marinella, vi buscavano il più delle volte una 
buona coltellata e un po' di galera. Ma l'apostolo delle 
genti .... del Molo continuava intanto a tuonare contro 
l'assurda ed empia pretensione di coloro, che dopo es- 
sersi affacchinati l'intera settimana, volevano poi la 
domenica spassarsela piuttosto che passarla ginocchioni 
in chiesa; e minacciava l'inferno, ch'ei descriveva così 
minutamente come se fosse casa sua, anzi assicurava i 
suoi uditori che se lo avevano già bello e guadagnato 
se non imitavano l'esempio ch'egli dava loro di far pe- 
nitenza de' propri peccati. E qui cavato di saccoccia un 
mazzo di funicelle munite di sonagliuzzi di ferro, se ne 
dava un pezzo per le spalle, piangendo le donnicciole 
e gridandogli di smettere, mentre alcuni peccatori osti- 
nati con la loro impassibilità si mostravano persuasi che 
il sant'uomo facesse molto rumore per nulla. Ma se le 
sue spalle non volevano dar sangue, tutto quanto il suo 
corpo finiva col disciogliersi in sudore, ed allora un 
chierico lo ravvolgeva tutto nel preparato tabarro, un 
altro rimoveva il crocifisso, i bacchettoni distacevano 
l'improvvisata tribuna, e via tutti. 

A questo punto delle mie reminiscenze, una briga* 
tella di soldati di marina fermatisi poco discosto da me 
per aspettarvi imbarco, mi venne a distogliere. Né cre- 
diate che sia questo un mio artifizio rettoria) per far 
punto, dopo esaurita la materia. Io non vi ho nulla detto 
del mellonaro e dell'acquaiolo ambulante, del barbiere 



# 

1 1 Z\i o l o d i IsL a p ol i . 33 

all'aria aperta e del giocator di bussolotti, de' ladri al 
gioco di carte, de' cacciatori di fazzoletti, de' cavalieri 
d'industria, de' camorristi: ed a tutti costoro e ad altri 
ancora io avrei allor ripensato , e ve ne direi ora qual- 
che cosa, se quei benedetti soldati non mi avessero di- 
stratto. Le penne svolazzanti sui loro cappelli, i loro 
accenti appartenenti a tutte le provincie d'Italia, le loro 
parole degne di chi è armato a difesa e gloria del pro- 
prio paese, dettero a' miei pensieri tutt'altra direzione: 
e, benedicendo dal più profondo del cuore alla Prov- 
videnza che miracolosamente ha così mutate di pianta 
le sorti della mia terra natale, mi ravviai lentamente 
verso il centro della città. 



Qg§r#f 



Un Anno di Brigantaggio. 




mÉr O n d e i briganti in massima parte provenis- 
sero, e che sorta di gente essi fossero, la rela- 
zione dell' onorevole Massari lo dimostrò pienamente. 
Giorgi, Lagrange, Borges, Chiavone, La Gala, Crocco, 
erano già allora dal territorio pontificio passati nel no- 
stro, e le loro gesta avevano già inorridito il mondo 
civile. Ritornar sulle cose esposte da quella relazione 
sarebbe superfluo : meglio far vedere come anche dopo 
quella, cioè da poco più di un anno in qua, la prove- 
nienza dei briganti è stata pur sempre in massima parte 
da Roma, né la natura loro atrocemente goffa e stupi- 
damente feroce ha punto variato. 

Segnare il passaggio di tutti gli assassini . che alla 
spicciolata varcano il nostro confine, sarebbe impossi- 
bile. I sentieri impraticabili, le tenebre della notte, la 

i Relazione compilata nell'aprile del 1864 su' documenti ufficiali del Mini- 
stero dell'Interno, per incarico del commendatore Spaventa, allora segretario ge- 
nerale di quel Ministero. 



36 Un %Anno dì 'Brigantaggio. 

connivenza de' manutengoli, i pacifici travestimenti, 
deludono qualunque vigilanza. Ma la messe è tanto ab- 
bondante, che non occorre spigolare troppo per minuto. 
Proviamoci a seguitare la trista e lurida processione di 
quelli che ci vengono a bande, e lasciamo alla più sem- 
plice logica l' argomentare che donde passano le schiere, 
meglio ancora passano gl'individui. 

Eccoci alla primavera del 63. Alcuni briganti cat- 
turati hanno affermato che lo stesso Francesco Bor- 
bone abbia passato a rassegna i suoi difensori; ma si 
dura fatica a credere a tanto. Ben più credibile è ciò che 
le autorità di Avezzano rapportano, che il general Bo- 
sco li abbia rassegnati egli, poco di là de' confini. E già 
i nostri villani possono co' propri occhi vedere il gran 
viavai dei futuri invasori sull'estremo lembo del ter- 
ritorio del Pap^ ; già possono con le proprie orecchie 
udirne le minacce di morti e d'incendi: solo i soste- 
nitori del potere temporale sono ben decisi di nulla ve- 
dere e nulla sentire. Le autorità, le truppe, le guardie 
nazionali italiane, fanno la miglior guardia che possono; 
i soldati specialmente fanno miracoli, si moltiplicano, 
si ammazzano di fatica e di stento: mail ladro ne pensa 
una, il guardiano cento, dice il proverbio, e tra le cento 
il più delle volte manca appunto quell'ima. Inflitti, mal- 
grado ogni guardia, in aprile apre la funesta marcia 
lo Stramcnga alla testa di un centoventi briganti, dei 
quali poco più di trenta armati di fucili, il resto non 
d'altro che sciabole e baionette; ma in compenso hanno 



Un %A ìi // o (I i *B r ì g a n l a g g io. 37 

seco un cannoncino portato a spalla da alcuni villici 
catturati per via. Sbucarono costoro dal pontificio tra 
Collalto e Poggio Ginolfo, e per la valle del Tronto 
avanzau^no, sempre di notte, fino al monte Reale verso 
Matrice. Di là, sapendo prossima ad incontrarli la truppa, 
piegarono frettolosi su Lionessa: affrontarsi coi soldati 
italiani non entrava ne' loto conti ; il loro proprio ob- 
bietta di operazione essendo pur sempre o gli inermi, 
o gli armati che non si difendano. Ma raggiunti a San 
Vito il 6 maggio, furono attaccati, battuti e dispersi. 
Gli avanzi della banda, divisi in drappelli, vennero 
poi a mano a mano distrutti: il loro comandante, fe- 
rito malamente e scornato, ritornossene a Roma. 

In maggio, la notte da' 22 a' 23, sulla sentinella 
avanzata de' nostri granatieri posti a guardia della 
strada che da Isola mette al confine, più colpi di fucile 
sono sparati. Subito la truppa è in cerca degli assalitori, 
ma questi hanno ripassato il confine; ed altri invece, 
profittando della diversione, lo passano sicuramente, 
e si spargono per la campagna. All'imbrunire del dì 23, 
il guardaboschi De Bernardi, stando a caccia in vici- 
nanza del natio comune di Galluccio, vide un dei 
nuovi venuti studiare il passo per raggiungere la sua 
banda nelle vicine montagne. Fermatolo con una fu- 
cilata nella spalla, lo costrinse a presentarsi; e il Jaco- 
vono (che tal era il nome del mal capitato brigante) 
rivelò poi nelle debite forme esser egli venuto testé da 
Roma imbrancato con altri trenta, e che altri branchi 



38 Un ^inno di 'Brigantaggio. 

siffatti erano contemporaneamente venuti a scorrazzare 

per quelle campagne. 

Nel giugno, replicate invasioni furono accertate dalle 
autorità italiane e dalle stesse francesi che, tra gli altri, 
arrestarono il capobanda Cecchetti. I territori di Val- 
lecorsa, di S. Lorenzo, di Sonaino, erano il solito ri- 
covero degli invasori: prediletti ricettacoli i conventi 
di Trisulti e Casamari : favoreggiavano le autorità pon- 
tificie : la gendarmeria papalina li sosteneva, a un bi- 
sogno, anche coll'armi. Entrati sul nostro, preferivano 
annidarsi nella fitta foresta di Sperlonga; e di là primi 
a sostenerne i bestiali assalti erano i tenimenti di Au- 
sonia, di Moranola, e di altri comuni del circondario 
di Gaeta. A' 30 del mese, in numero di 40, con alla 
testa Giovanni Russo, scappato di galera, assaltarono 
il villaggio di Cardito, e ne menarono via il luogote- 
nente della Guardia nazionale signor Tommaso Bene- 
detti, che il giorno appresso fu trovato cadavere. Corse 
sulle tracce la truppa, ma gli assassini avevano già rigua- 
dagnato il confine. Nelle tasche di Ferdinando Porpora, 
arrestato dalla Guardia nazionale di Vairano nel bosco 
di Selvapiana, fu trovato passaporto pontificio rilascia- 
togli da Velletri. 

Peggio assai nel luglio. Pasquale Monti, preso dai 
briganti, e poi lasciato per lire 850, riferì essere stato 
da quelli menato sulle montagne di Piperno, territorio 
del Papa. I \W\. Carabinieri da Arpino rapportavano 
che i briganti comandati dal CitTOIlC, il cui quarticr 



U u %A n ti o d i 7i r i g a n t a g g io. 39 

generale era sul pontificio monte S. Giovanni, passa- 
vano e ripassavano a lor talento la frontiera : da Arce, 
che ogni notte briganti bavaresi e spagnuoli venivano 
alla spicciolata dal pontificio, e guadato il Liti, s'indi- 
rizzavano al Matese : da Pastena, che ben cento armati 
di tutto punto, vestiti di nero, e calzati alla spagnuola, 
s'erano di nottetempo dalla montagna di Pastena di- 
retti a quella di Campodimele. Allora, inflitti, il bri- 
gantaggio infierì più che mai sul Matese. I comuni di 
Ruviano e Coreno, nel circondario di Piedimonte, fu- 
rono da' briganti messi a sangue ed a ruba: e le prede 
in essi fatte, insieme con tutte le altre, trovarono poi 
il solito lor fido ricetto nel territorio romano. 

Nell'agosto, nel settembre, nell'ottobre e fin nel 
novembre, è sempre la stessa storia nelle provincie na- 
poletane confinanti con quelle del Papa. Quando ne 
veggono il destro, i briganti si slanciano sul territorio 
italiano: se la fortuna arride, tirano innanzi; se no, ri- 
fanno i loro passi, e sulla terra che la bandiera francese 
vieta alle vindici armi italiane, essi han sempre un 
pronto e sicuro luogo da ricoverarsi col loro bottino, 
da tenervi e torturarvi gli sventurati da loro adunghiati 
fino a che i parenti non abbiano preferito la miseria 
allo strazio de' loro cari. Così furono catturati presso 
Pastena il Salameni, nel circondario di Avezzano il 
Magliozzi, in Itri i due fratelli Crocco, nel tenimento 
di Fondi lo Stocco, il Moretti, il Mariorenzo, tre La- 
badia, il Carnevali, il Padrone, il Manna, ed altri al- 



40 Un <Anno di 'Brigantaggio. 

trove, che troppo lungo sarebbe annoverare: tutti i 
quali aspettarono sul territorio romano lo sborso del 
loro riscatto. 

Venuto il verno straordinariamente rigoroso, e coi 
rigori del verno quelli della legge Pica, e di giunta 
agli uni ed agli altri il turbinio delle armi rette dal 
generale Pallavicino, non fu più quistione tanto di 
passare dal pontificio sul nostro, quanto di ripassare 
alla meglio e alla più lesta dal nostro su quello, per 
aspettarvi tempo migliore. Ai più non venne fatto, e 
le loro ossa stanno disseminate per le terre contami- 
nate dai loro misfatti: ma quanti scamparono alle palle 
dei bersaglieri ed alle manette de' carabinieri, quasi 
stormo di sinistri uccellacci cacciati dalla bufera, ri- 
passarono il confine, e ripararono a Roma. Si fa ra- 
gione che sieno stati un quattrocento, e tra loro si 
citano con speciale orrore e ribrezzo i nomi di An- 
dreozzi, Cosimo, Fabiano, Piscio, Farina, Di Sciaselo, 
Caporal Miseria, fratelli Angelini, fratelli Viola, tutti 
capi di bande e cime di scellerati, ma sopra tutti essi 
famigerati poi Nunzio Tamburino, Domenico Fuoco, e 
Crescenzo Gravina. 

Tanto cumulo di fatti non lascia possibilità di dub- 
bio sulla provenienza pontificia dei più e dei peggiori 
briganti; ma perchè il cieco peggiore è queliti che non 
vuol vedere, aggiungiamo qualcuna delle tante depo- 
sizioni degli stessi briganti, formalmente ricevute dalle 
autorità italiane. 



U il x^i n ìi o di "B r i g a nt a g gio . 41 

Il brigante Achille Vizioli, catturato da un milite 
nazionale del villaggio del Tufo mentre affrettavasi 
verso il confine pontificio, comparve nel maggio del 
63 innanzi al delegato centrale di Aquila. Gli fu tro- 
vato addosso un breve che diceva : « Viva Gesù e 
» Maria, cui mi raccomando di tutto cuore; » ed un 
buon gruzzolo di piastre, che non aveva di certo gua- 
dagnate a ripetere quella giaculatoria. Egli depose: 
« Che partito da Roma a' 18 del mese in compagnia 
» di altri due, aveva raggiunto sulla montagna di Tor- 
» rimparte una banda di fresco compostasi di 3 7 bri- 
» ganti venuti alla spicciolata da Roma, ed avente a 
» capo Giovanni di Borano, soldato sbandato. Che sei 
» di questi briganti erano stati armati da un prete di 
» Massa Corona, amministratore della famiglia Pace 
» stanziatasi in Roma, e nella costui casa avevano 
» in ottobre lasciati i loro moschetti, che al tornar 
» della buona stagione erano poi andati a riprendere. 
» Che quello stesso prete, non contento di fornir 
» viveri e danari ai briganti che da lui si recassero, 
» aveva anche spedito sulla montagna due muli carichi 
» di pane, vino e presciutti ». 

Il brigante Pietro Colasassi, prima di esser fuci- 
lato in Borghetto, dichiarò al Comandante dei cara- 
binieri del circondario di Città Ducale : « Esser egli 
» venuto da Roma ad istigazione del sacerdote di 
» Città Ducale Don Giovanni Tiberti : e particolare 
» scopo così della sua venuta, come di quella di un 

6 



42 Un <A mio di 'Brigantaggio. 

» suo compagno, essere stato di esplorare i punti 
» sguerniti di truppe per designarli a nuova invasione 
» di briganti ». 

Nel luglio dello stesso anno, Raffaele D'Amore, vo- 
lontariamente rappresentatosi all' autorità di Solmona, 
depose : « Che nel verno innanzi, trovandosi a lavorare 
» nella campagna romana, egli se ne stava una dome- 
» nica con altri lavoratori a bere nell'osteria di Conca, 
» quando vi entrò un Antonio Bosco, noto arrolatore 
» di briganti. Sollecitato a farsi anch' esso fol dato diFran- 
» ce/co II, il D'Amore resistette alcun poco, e poi finì 
» col dare il suo nome. Nel marzo seguente, vennero a 
» Conca gendarmi del Papa col notamento degli arro- 
» lati dal Bosco, ed intimarono loro di seguirli a Roma 
» per vestirvisi ed entrare a' servizi del Re. Andarono; 
» e per prima e degna entrata in tanto gloriosa milizia, 
» furono messi in prigione: donde è da credere che, 
» come lui, uscissero amano amano tutti per passare nel 
» regno». 

Roberto Leone, arrestato dalla Guardia nazionale di 
Scontrone, comparve innanzi al delegato di Casteldi- 
sangro così com'era stato preso, in divisa tutta militare: 
tunica di panno turchino orlata di rosso, con bottoni 
di stagno portanti il numero uno, e berretto anch'esso 
turchino filettato rosso. Alle interrogazioni del delegato 
rispondeva: « Vengo da Roma, ove ho servito un anno 
» ne' tiragliatorij con soldo di baiocchi tredici, un pane, 
» e due zuppe per giorno: che tutto mi somministrava 



U ìi <A ii 11 o d i ( B r i g a n t a g g i o . 43 

» il governo del Papa, come già mi aveva somministrato 
» i panni che ho indosso. Prima di partire, sedici giorni 
» or sono, venne a farci la rivista un capitano de' cac- 
» datori, di cui non so più che tanto. Penetrammo nel 
» regno per la via di Filettino, passando per Pescasse- 
» roli )) . Il poveraccio ne uscì per la più corta, passato 
per le armi. 

Più ricca di curiosi particolari è la deposizione del 
brigante Beniamino Marinucci di S. Agata di Puglia, 
presentatosi al comandante del distaccamento militare 
di Roccavivi; e noi non ne tralasceremo che il puro 
superfluo. Disse dunque che soldato già del treno bor- 
bonico, aveva seguito il proprio reggimento a Gaeta : 
donde uscito poi in gennaio del 1 861, se n'era tornato 
tranquillamente in patria a guardare i buoi. Ma catturato 
da' briganti, fu tratto innanzi a Crocco, che l'obbligò 
ad essere de' suoi, e gli dette armi e cavallo. Era appena 
entrato nella nvova milizia, quando ecco le truppe ita- 
liane piombare impetuosamente sulle bande riunite di 
Crocco, Petrozzi, Bosco e Schiavone, nel luogo detto 
Fiorentino, tra Lucerà e Sansevero. I briganti, forti di 
sito e di numero, e fortemente capitanati, fecero lunga 
e viva resistenza; ma l'impeto irresistibile de' lancieri li 
costrinse a cercar nella fuga, favorita dal sopravvenir 
della notte, uno scampo all' estrema rovina. Il povero 
soldato del treno, avvezzo già agli incruenti trofei della 
soldatesca borbonica, vedendo ora un tanto indiavolato 
sbudellarsi, ebbe a morir della paura. Figuriamoci che 



44 U n *Anno di ^Brigantaggio. 

sopra un solo brigante egli contò ben trenta colpi di 
lancia; e videlo a terra, con le budella fuori, chiedere 
per pietà che qualcuno lo finisse; e Crocco, passando, 
udirne la preghiera, ed esaudirla con un colpo del suo 
fucile, Il Marinucci non volle vederne di più ; scese di 
cavallo, attaccò le sue armi alla sella, e presa la via dei 
monti, se ne andò difilato a Roma. E prima di tutto 
volle presentarsi al syo Re ; ma invece di trovarlo in 
trono, lo trovò nella stalla a badare a' suoi cavalli, ed 
ebbe assai difficoltà a poterlo vedere. Fu accolto benis- 
simo, e indirizzato al general Bosco, che gli dette dieci 
piastre. Si pose poi a servire da palafreniere il general 
Brancaccio : ma questi, per mancanza di danari, fu poi 
costretto vendere il suo cavallo. Se non che, licenziando 
il suo palafreniere, volle almeno gratificarlo di un buon 
consiglio, e « Oramai, gli disse, il verno è passato; tu 
» puoi gittarti sulle montagne » . Ma il Marinucci, am- 
maestrato dall' esperienza, credette che il meglio fosse 
di tornarsene verso casa, e presentarsi alla prima auto- 
rità italiana che incontrasse alla frontiera. Soggiungeva: 
» Aver lesciati a Roma Crocco e Cipriano La Gala, 
» dimesticamente trattati da' principali borbonici, e che 
» da poco n'era partito il Tamburino con ordini di tro- 
)) varsi quanto prima gli riuscisse nel Piano di Cinque 
)> Miglia » . 

Se neppur tutto ciò bastasse a convincere che il vero 
semenzaio del brigantaggio è a Roma, additeremmo 
ancora le orribili orme da' briganti lasciate nei loro ri- 



U ìi ^4 ìi il o d i *B r i g a ti t u g g io. 45 

petuti passaggi. Una lunga traccia di sangue, d'incendi, 
d'ogni maniera d'infamie, segna il cammino tenuto da 
ciascunadelle bande introdottesi dalla frontiera romana. 
Perochè questa nuova razza di crociati, assai più cari 
a' preti che gli antichi, sono pur sempre le più feroci a 
un tempo e le più sozze belve che siensi mai viste in 
figura di uomini. Le loro gesta anche in questo ultimo 
anno sono state tali, che la semplice uccisione degli 
uomini, l'arsione di semplici villaggi, le storsioni non 
accompagnate da straordinarie sevizie, non portano 
più il pregio di venir ricordate. Accenniamo dunque 
soltanto qualcuno de' più notabili episodi di questa 
orribilmente monotona istoria. 

Famoso tra' nomi de' più feroci capibanda è quello 
di Domenico Fuoco da S. Pietro in Fine, che riposa- 
tosi dalle precedenti imprese tutto il verno a Roma, in- 
festa ora di nuovo la natia provincia. Emulo di Giona 
La Gala nel vezzo di mozzare orecchi, egli ne aggiunge 
la ragione, ed è perchè possa al bisogno riconoscere 
coloro che manda a procacciare il proprio riscatto. Ma 
quello che particolarmente lo distingue, è il suo umore 
giustiziere, che lo dimostra proprio un boia sbagliato. 
A vari de' trucidati da lui si è trovato sulla fronte, nel 
berretto, o dappresso, una scritta siffatta: «Traditore 
» di Borbone, ti ha giustiziato Domenico Fuoco. Chi 
» fa questo male è giustiziato così » . Ma nel marzo te- 
sté decorso, egli si permise una variante a questa leg- 
genda, nell'interesse suo proprio. Mettendo a sacco, a 



i\.G Un kA 11 11 o di 'Brigantaggio. 

fuoco ed a sangue i territori di Mignano e di Rocca- 
monfina, caso o ricerca gli pose tra le mani una donna, 
Vittoria Mattazzi, rea veramente di avere amato un tal 
mostro, ma eh' egli trovava rea di non aver durato ad 
amarlo. E la sgozzò di sua mano, e sulla fronte le lasciò 
scritto di averla giustiziata egli, come al solito, ma per 
punirla della fua infedeltà. 

Con Fuoco gareggia Crescenzo Gravin, a nel diser- 
tare la campagna che fu detta Felice da chi non po- 
teva prevedere eh' essa avrebbe un giorno confinato 
col dominio dei preti. Ricordiamone una di Gravina, 
che vale per molte. Addì 13 marzo egli si abbattè 
nel territorio di Lauro ad una comitiva di contrabban- 
dieri di Palma. Si sarebbe creduto che la qualità delle 
persone meritasse considerazione dal capobrigante ; ma 
questo aveva una sua idea, per attuare la quale menò 
i contrabbandieri legati sulla montagna. Quivi li tor- 
turò per sapere se alcuno di loro avesse fatto parte 
della colonna di Guardia nazionale mobile che l'anno 
innanzi gli aveva dato la caccia. Gli altri tennero duro; 
il Jotta, affranto dalle battiture, designò il Sorvillo, il 
Cascia, il Caliendo. E furono incontanente appesi a 
tre castagni, e il Gravina col suo pugnale cavò gli 
occhi al Caliendo, e gli tagliò il naso, le labbia, le 
orecchie, mentre altri due briganti facevano il mede- 
simo agli altri due. Poi ordinò ai loro compagni li 
menassero così conci al capitano della Guardia na- 
zionale di Palma, e gli rimettessero una sua lettera 



U il %A u n (I i *B r i g a ii ( ii g g i o . 47 

del seguente tenore : « Questi sono li tre campioni, 
» e detti tali ve li rimetto^ per il bene che mi avete 
» fatto. Perciò vi dico, per mio riguardo fatene quanto 
» ne volete di male, che per me io non curo più niente. 
)) Non altro più che dirvi; vi saluto e sono vostro 
» aftezionatissimo amico capobanda Crescenzo Gra- 
» vina ». Delle tre vittime di tanto osceno strazio il 
solo Sorvillo ebbe la fortuna di morire per istrada. 

Lasciamo star Piscio che si diverte a tagliar via con 
un coltello la pianta dei piedi a Carmine De Marco, 
povero contadino di 70 anni, sol perchè il costui figliuo- 
lo, mandato ad accattar danari pel suo riscatto, non 
fa presto a trovarne : e diciamo piuttosto qualcosa del 
famigerato Nunzio Tamburino, nativo di Roccarasa 
nel circondario di Solmona. E innanzi tutto sentiamolo 
un po' parlare per iscritto, perchè dallo stile possa ar- 
gomentarsi dell'uomo: «CaroD. Giambattista (egli scri- 
» veva ad un possidente di Lucoli), Mandate duemila 
» scuti, mandate uno orologio bono, uno canocchiale, 
» mandate 2 corvatine, due pacchi di tabacco, un mazo 
» di carta da scrivere : deve venire domani marina a 
» ore 9 : mandate tutti l'ogieti, se no è pegio per voi : 
» fatemi la ricevuta, a dio. Io Nunzio Tamborino ». E 
ad altro possidente della stessa contrada, dopo chiesto 
presso a poco altrettanto, soggiungeva : « Se voi non 
» mandate tutto lo giusto, sarà pegio per voi; mandate 
» tutto lo giusto, e starete pure cuieti, non sarete più 
» incuietato da me: fatemi il ricevuto di quello che 



48 U n iA n n o d i e Br i g anta g g i o . 

» mandate. Io Nunzio Tamborino. » h notabile la mo- 
destia del brigante nel non aggiunger titolo alcuno al 
suo nome. I biglietti di requisizione spiccati dai suoi 
aiutanti cominciano sempre: « Per ordine del capitano 
» della truppa a massa di Francesco II manderai ecc. » 
Il qual nome di truppa a massa è evidentemente risu- 
scitato dai Borboni per rappiccare il presente alla tra- 
dizione tremenda del 99. Ma i Mammoni, i Fra Dia- 
voli, non sono mancati ; le masse sono rimaste nella 
fantasia della espulsa Corte, e ne' ridicoli titoli dei suoi 
degni difensori. 

Il capitano della truppa a massa di Francesco secondo, 
simigliante in ciò al valoroso hidalgo della Mancia, ama 
molto di esercitare il suo valore sugli armenti, scam- 
biandoli forse anch'esso per eserciti. È incredibile quanta 
strage di pecore abbia egli fatta negli Abruzzi: in una 
sola volta ne ammazzò al signor Caniglia, ricco pro- 
prietario di bestiame nel circondario di Lanciano, ben 
mille e venti, senza contare una ventina di capre in- 
volte nello stesso macello. Ottocento ne sbozzò alla 
famiglia Loreto: settecentotrenta al signor Patini, e tre 
muli per giunta. E manco male, se tanto sangue di be- 
stie gli scemasse la sete dell'amano. Ma la sua crudeltà 
verso gli uomini non è minore che in alcuno dei suoi 
consorti. Ben sei seppe, tra tanti altri, il cognato del 
già assassinato luogotenente della Guardia nazionale 
di Cardito, al quale furono troncate le braccia, strappati 
gli occhi dalla fronte, e moltiplicata la morte co' più 



U n ^4 n il o d i 'B r i g a n t a g g i o . 49 

atroci tormenti. Quella però tra le imprese del Tam- 
burino, che più grido levò nel circondario di Solmona, 
fu la strage fatta addì 22 luglio ultimo sulla montagna 
di Lagovivo, nel territorio del comune di Barrea. Aveva 
egli scritto al signor Emilio De Loreto, ricco possi- 
dente e sergente della Guardia nazionale di quel Co- 
mune, gli facesse tra tanti dì consegnare tremila ducati 
sulla montagna anzidetta; se no, mal per lui. Il De Lo- 
reto pensò esser questa una bella opportunità di tendere 
un agguato al brigante; e presi con sé cinque militi 
della Guardia nazionale, andò nel designato giorno ad 
appostarsi in vicinanza del luogo prescritto al paga- 
mento della taglia. Ma fosse per notizia pervenutane 
a 5 briganti, o per altro che fosse, egli aspettò tutta la 
notte invano. Al far del giorno, essendo egli intirizzito 
dal freddo, andò co' seguaci a ricoverarsi in una ca- 
panna di suoi pastori appiè del monte. Verso le nove, 
il pastore Tommaso D'Amico avvisò d'aver visto a 
poca distanza due briganti in atto di esplorare. Incon- 
tanente il milite Matteo De Loreto balzò fuori, e fatto 
fuoco sui due esploratori, ne stese morto l'uno. Fu 
questo il segnale di un combattimento accanito, tra i 
pochi militi nella capanna, e la banda guidata dallo 
stesso Tamburino, che sbucata dalla vicina selva, 
mosse rapidamente all'assalto. Ma non dando i militi 
segno di cedere, parte degli assalitori monta sul tetto 
della capanna, a colpi di pietre lo sfonda, e dalle fatte 
aperture, quasi da munite feritoie, sicuramente ber- 



50 Un lAnno ài Brigantaggio. 

saglia i rinchiusi. I quali neppur per questo perdono 
coraggio, né prima cessano di rispondere al mici- 
diale fuoco inimico, che l'un presso dell'altro giac- 
ciono tutti cadaveri crivellati di palle. Restavano sei 
pastori, acqattatisi durante il combattimento sotto le 
così dette lettiere, mucchi di strame da far letto alle 
bestie. Non assicurati da tanta viltà, i briganti ordinano 
loro di gittar fuori della capanna le armi degli estinti; 
poi d'uscirne essi medesimi ad uno per volta: ed un 
dopo l'altro li moschettarono tutti, salvo l'ultimo che 
fu Patrizio D'Amico. Il quale, visto ogni umano argo- 
mento riuscir vano ad impietosire quelle fiere, inspi- 
rato dal mortale pericolo, pensò di appellarsene alla 
loro superstizione. E nel presentarsi a que' manigoldi, 
aperto il suo giubbetto, e mostrando una immagine che 
divotamente portava sul petto: « Tirate, disse loro, su 
» questa immagine della Madonna, se ne avete cuore » . 
Ed essi, che avevano avuto cuore per tutto il resto, 
non ebbero cuore da tanto; magli dissero: « Soltanto 
» la Madonna ti ha salvato la vita; or va in paese, e 
» narra tutto ciò che hai veduto » . Poi Tamburino, an- 
cora tutto compunto, recise un membro al cadavere 
del De Loreto, e lo portò seco per trofeo. 

Maggiore spavento, benché meno sanguinosi, getta- 
rono nel circondario di Caserta i latti di Baia Latina, 
per l'audacia dell'aggressione, per la tragica line della 
vittima principale, e per le misteriose origini di una 
catastrofe, in cui dietro l'opera atroce dei briganti si 



U n «_ i 11 n o ci i *B r ì g ii ti t a g g io . 51 

volle intravedere quella assai più nefanda di partico- 
lari nemici. La famiglia di Antonio Scotti, sindaco di 
Baia Latina, era segnatamente invisa ai briganti ed ai 
loro fautori per lo zelo costantemente contro di essi 
spiegato. Già nel giugno del 63 le bande riunite del 
Sartore e del Giuliano avevan messe le unghie su Mi- 
chele Scotti, congiunto del sindaco, e luogotenente 
della Guardia nazionale di Baia: ma questi, profittando 
di un istante di sgomento gittato tra gli assassini da un 
imminente attacco della truppa, era sguizzato loro di 
mano. Perchè il caso non si rinnovasse, un distacca- 
mento di soldati ed uno di guardie mobili furono posti 
a presidio del paese: e i briganti, come d'uso, stettero 
alla larga. Ma svanite col tempo le apprensioni, mas- 
sime dopo la seguita presentazione del capobanda Sar- 
tore, principale minacciatore degli Scotti, le forze di 
guardia a Baia furono adibite a più pressanti bisogni 
del pubblico servizio; e la stessa Guardia nazionale del 
comune rallentò di molto 1' usata vigilanza. Ne pro- 
fittarono i briganti ; e fatto massa di più bande, in nu- 
mero che nelle relazioni varia da' 50 agli 80, sotto il 
comando del Giuliano, piombarono il dì 1 1 novembre 
su Baia Latina. Primo ad occorrer loro in sull'entrata 
del paese, fu Silvestro Sabino, milite nazionale, e fu 
dagli assalitori trucidato. Tutti per la terra si chiusero, 
e i briganti senza resistenza alcuna procedendo, si difi- 
larono anzitutto al posto di Guardia Nazionale ; dove 
non trovato persona, ruppero gli stemmi di Savoia, cai- 



52 U n %A u 71 o d l 73 r ì g a n i a g gio . 

pestarono i ritratti del Re e di Garibaldi, ed ogni altra 
cosa fecero in pezzi. Poi, senza più differire il proprio 
loro intento, trassero alla casa Scotti. Il sindaco non si 
trovò dappresso che suo figlio Tommaso, sacerdote, 
oltre la moglie e l'inferma figlia Antonietta, impedi- 
menti al cuore del marito e del padre. Pur egli, delibe- 
rato di vender cara la sua vita e quella de' suoi, dette 
di piglio alle armi, ed insieme col valente prete rispose 
per un pezzo al fuoco degli assassini, un de' quali si 
vuole che fosse poi da essi portato via cadavere e qual- 
che altro ferito. Ma parte di costoro, a colpi di scure, 
rompeva intanto le porte della misera casa : e già l'orda 
infime si versa nel primo piano. Il prete e la sorella 
saltano giù dalle finestre; ma neppur questo li salva, 
che li raccolgono le scolte de' briganti. Il padre si 
chiude con la consorte nel piano superiore, e vuol con- 
tinuarvi la difesa : ma gli assalitori, stimando pericoloso 
il più indugiarsi, vi appiccano il fuoco. Si prometteva!! 
di certo che la infelice coppia, cacciata dalle fiamme, si 
sarebbe lor data: ma quella coppia preferì di ardere; e 
appena qualche avanzo ne fu poi tratto disotto alle fu- 
manti macerie. I briganti, raccolto quanto trovaron di 
meglio in quella ed in qualche altra delle più notabili 
case, come lupi pasciuti, ripresero frettolosi la via delle 
montagne, per non dare alla pubblica vendetta tempo 
di raggiungerli. A Statigliano poi l'Antonietta riuscì a 
persuaderli esser lei della casa, non mica della famiglia 
dello Scotti, e fu lasciata: il prete, tenuto vivo dalla 



Un mA h a o di <B r i g a n i a g g io. 5 3 

avarizia brigantesca che si proponeva cavarne di bei da- 
nari, trovò quindi a non molto il modo di svignarsela. 
E qui facciam line, augurandoci che presto un tal 
tessuto di orrori e d'infamie dal dominio della vita 
passi in quello della storia: la quale non mancherà cer- 
tamente di notare come la Romana Corte e la Bor- 
bonica, coi modi adoperati dall' una per conservare e 
dall'altra per riprendere la propria dominazione, non 
potevano meglio dimostrare quanto e l'una e l'altra 
avessero meritato di perderla. 
Torino, ij aprile 1864. 



Dell'opera USI E COSTUMI DI NATOLI 
E CONTORNI diretta dal Cav. Fran- 
cesco De Bourcard. l 



III pÉ N Italia, come dapertutto, il passato se 
Ife^Ss ne va; ed in Italia meno, che per tutto altrove, 
c'è da rimpiangerlo. Ma se delle cose che oggi se ne 
vanno nessuna merita propriamente di esser rimpianta, 
ve n' ha di quelle che meriterebbero di esser ricordate, 
e delle quali perciò sarebbe utile di prender memoria 
innanzi che la corrente del tempo non le abbia portate 
via del tutto. In Napoli, per esempio, senza punto so- 
spirare al passato, si può bene desiderare che non si 
perda affatto la memoria di quegli usi e costumi nei 
quali le rigogliose sorgenti della vita popolare, impe- 
dite di versarsi in piena largamente feconda, si river- 
savano come in tanti rigagnoli buoni pure a qualche 
cosa. La libertà infrenabile degli atti, l'abbondante e 
spesso arguta procacia de' detti, e la pittoresca biz- 
zarria delle foggie, erano anch'esse una perenne prote- 

1 Articolo pubblicato nella Gabella Ufficiale del 15 settembre 1866. 



56 Ufi e Co fiumi di Napoli ecc. 

sta contro la schiacciante pressura del dispotismo e 
contro la divisa ovunque presente de' suoi servitori. E 
questo forse può spiegare la tenerezza con cui di quelle 
vecchie costumanze si rammentano coloro altresì che 
di que' tristi tempi non saprebbero ripensare senza ira 
e vergogna. 

Pure, poco altro che si fosse indugiato, delle tanto 
singolari costumanze napoletane non sarebbe rimasta 
maggior traccia che di quelle di molti altri popoli passati 
già negli oscuri domimi della storia,, tanto più oscuri 
molte volte agli occhi degli intelligenti, quanto più chiari 
li fa parere agli occhi del volgo la falsa luce spruzzatavi 
su dalla rettorica degli scrittori. Hanno un bel dire gli 
almanaccatoli di tante filosofie della storia quanti sono 
i cervelli; le storie non si leggono, e perciò non si do- 
vrebbero scrivere, se non principalmente per soddisfare 
all'innata curiosità dell'uomo di conoscere quelli che 
lo precedettero sulla terra. Ma quante mai sono le storie, 
anche tra quelle che vanno per la maggiore, le quali 
soddisfacciano davvero a tale curiosità? Chi di noi non 
ha deplorato che tra tanti orditori di sofismi e dipintóri 
di bestiali oscenità, quanti n'ebbe l'antichità, tra tanti 
sballatoli di fiabe sacre e profilile, quanti n'ebbe il medio 
evo, non siasi trovato un solo che neH'un modo o nel- 
l'altro ci abbia lasciato un fedele ritratto di tutta quanta 
la società in ctii visse? È vero che pigliando un linea- 
mento di qua, un altro di là, frugando e braccheggiando 

dapertUttO, si riesce pure a mettere insieme una cotal 



Ufi e C off ii ih idi Napoli ecc. 57 

figura di questo o quel popolo, di questa o quell'età, 
che pare abbia del vero; ma sono sempre ritratti di 
fantasia per tre quarti almeno: e la prova n'è che non 
-ci sono due di tali ritratti di un originale medesimo, 
i quali si rassomigliano tra loro, ma ciascuno d'essi 
ritrae soprattutto del proprio autore. 

Fortunatamente per Napoli, l'amore, l'abilità e la co- 
stanza del De Bourcard l'hanno oramai sottratto a tale 
pericolo. È questi napoletano quanto altri mai di senti- 
menti non men che di nascita, ma oriundo, se ben ram- 
mento, di Svizzera; e questa circostanza avrebbe ben 
potuto contribuire a quella mirabile tenacità di propo- 
sito ch'egli ha mostrata nel condurre a fine la sua bella 
intrapresa attraverso una bagattella di diciotto anni di 
cure, di ricerche, di lotte e di spese Tantae molis trai 
non più il fondare la gente romana ma solamente de- 
scrivere la napoletana ! Ma chi non si è mai trovato a 
condurre di siffatte imprese, specialmente in Italia, e 
soprattutto poi a Napoli, non può farsene la pur me- 
noma idea. Figuriamoci un povero galantuomo a lottare 
ogni giorno con una schiera di scrittori giustamente 
svogliati di un mestiere in cui c'era ben poco da gua- 
dagnare e moltissimo da perdere per un nonnulla che 
sonasse male alle orecchie dei padroni; con gli stam- 
patori poco disposti a scrupoleggiare in un'arte a mala 
pena tenuta per lecita; co' modelli da raccattare tra le 
ultime file del popolo ; con gli artisti bisbetici e bizzarri 
per professione; con incisori non frenati da sufficiente 



58 Ufi e Co f turni di Napoli ecc. 

concorrenza; soprattutto poi con la propria borsa insof- 
ferente di uno smungimento quotidiano; ed avremo 
appena un'immagine de' tormenti volontariamente sof- 
ferti da questo povero martire. 

L'opera però risponde ampiamente alle pene durate, 
e non esitiamo punto a dire ch'essa onora l'Italia, non 
che Napoli, ed è arra di quanto potremo noi fare allor- 
ché, dopo esserci sbarazzati del bavaglio e delle manette 
de' vecchi governi, avremo pur finito di sciupare il no- 
stro tempo a sbizzarirci sul nuovo. In due magnifici 
volumi, che dal lato tipografico possono sostenere il 
paragone de' più belli che si sieno sinora stampati in 
Italia, ognuno de' principali usi e costumi di Napoli e 
de' suoi dintorni è letterariamente ed artisticamente il- 
lustrato. Nell'illustrazio ne letteraria figurano quasi tutti 
gli scrittori napoletani che sotto il lungo regno di Fer- 
dinando II trovarono pur modo di acquistarsi qualche 
fama: una fama certamente che mal regge alla luce di 
questi nuovi tempi in cui la libertà se non ancora ha 
potuto dare i suoi frutti, ha già disposte le menti a vo- 
lerli assai più sostanziosi che per il passato ; ma pure 
pjr taluni di essi, abili a girare le difficoltà presenti e 
divinatori dell'esigenze avvenire, può dirsi una fama 
assai bene guadagnata. Ad ogni modo, lo scopo a que- 
sti scrittori proposto d'illustrare i napoletani costumi, è 
pienamente raggiunto: di che vuoisi anche dare la de- 
bita parte di merito al De Bourcard, che oltre allo scri- 
vere più di una monografia egli stesso, sappiamo essersi 



Ufi e C o j l a ni i (I i X a p o licer. 59 

quasi sempre assunto il travaglioso compito di fornire 
materiali a quelli degli altri, rintracciando le necessarie 
notizie ne' più polverosi scaffali delle biblioteche, o pel- 
le più recondite vie della città. Ed in questa quasi ras- 
segna di scrittori, i quali pel genere umorista da essi 
trattato rivelano più che mai l' indole propria, si avrà 
di vantaggio il documento migliore per conoscere e 
giudicare il tempo in cui scrissero ; si avrà presso che 
non dissi una fotografia intellettuale e morale di Napoli 
nell'ultimo stadio della sua poco avventurosa autonomia. 
Ma quel che forma il pregio principale dell' opera è 
l' illustrazione artistica, cioè i cento co/turni incisi in 
rame con isquisito magistero, i cui disegni (se ne togli 
ben pochi) sono dovuti alla matita del Duclère, del 
Mattei e per una buona metà a quella veramente impa- 
reggiabile di Filippo Palizzi. Questo genere, per la 
ricerca solita farsene da' molti forestieri, tanto vaghi 
di visitare Napoli e di trattenervisi, quanto smaniosi di 
dirne il peggio che sapessero, è stato sempre colà in 
molto uso ; ma come ad opera troppo disotto alla di- 
gnità dell'arte, vi si davano artefici della più bassa lega; 
ed anche questi raramente si dipartivano da alcuni tipi 
convenzionali, senza punto curarsi di ritrarre dal vivo , 
sicché quei meschini imbratti, già fin dall'origine poco 
fedeli, venivano poi di mano in mano sformandosi fino 
a non dar più indizio alcuno del vero, non dico già nella 
fisonomia e nell'atteggiamento che pur tanta parte sono 
di una rappresentazione di costume, ma neanche nella 



Ufi e Co fiumi di Capoti ecc. 
materialità delle fogge e de' colori. Il solo, per quante 
io ricordi, che si levasse e di molto sopra siffatta plebe 
fu Gaetano Dura, spiritoso disegnatore e poeta; e m'è 
ancora presente quel tempo, quand'io lasciavo passare 
1 ora della scuola incantato a guardare alla porta della 
sua bottega i bizzarri episodi di una gita al Vesuvio i 
ricchi contorni della lavandaia del Vomero indiscreta- 
mente delineati dal vento soffiante di dietro, e l'abbon- 
dante dose di educazione impartita da una popolana 
sulle nude chiappe del suo strillante marmocchio Ma 
era serbato al De Bourcard il portar questo genere ad 
un'altezza che difficilmente sarà mai più superata, avendo 
egli avuto la potenza, che a' conoscitori delle cose del- 
l'arte sembrerà miracolosa, di tirarci a lavorare uomini 
della qualità del Palizzi. Se non che il vero genio rara- 
mente è superbioso, e l'intenso volere e la perseveranza 
del De Bourcard fanno di lui uno di quei violenti dei 
quali il Vangelo dice che rapiscono il cielo. 

Non è nostro intendimento di punto detrarre al me- 
nto de' costumi designati dal Duclère, nei quali se 
qualcosa resta a desiderare dal lato dell'espressione la 
fedeltà, la correzione, la leggiadria non potrebbero es- 
ser maggiori. Molto meno intendiamo frodare dell a de- 
bita lode il Mattei, la cui facoltà di rappresentare al 
vivo, ancor più che i lineamenti e le fogge, i sentimenti 
e le passioni del popolo, sviluppandosi e perfezionan- 
dos, nell' esercitarsi, vedesi a mano a mano nerve- 
nut * '■»« alla terribilità della zuffa tra' camorristi che 



Ufi e C o f i ii in i (/ i 'AL ap o li e ce . 61 

sola ne dice assai più di quanto si sia finora scritto su 
questa schifosa piaga sociale. Anzi siamo d'avviso che 
l'opera di questi due egregi, senza il paragone di quella 
del Palizzi, avrebbe ottenuto i sommi gradi nel genere; 
e certamente non è poco argomento del valor suo il 
vederla ancora bellamente rilucere innanzi a tanto splen- 
dore. Ma la potenza della matita del Palizzi in questo 
nuovo campo dischiusole da una bene inspirata insi- 
stenza, è tanta da non togliere onore a chi ne sia vinto. 
De 5 54 costumi disegnati da questo valente noi non 
sapremmo dire altro se non che sono altrettanti piccoli 
capolavori, ne' quali la parte più caratteristica dell' in- 
dole, della fisonomia, degli usi, del vestire e dell'atteg- 
giarsi'del popolo napoletano, è sorpresa con la perspi- 
cacia dell'artista solito a cogliere le cime del vero, e 
figurata con mano maestra. 

Giova pertanto sperare che tante cure e fatiche del- 
l'editore, giustificate pienamente da così splendido suc- 
cesso, trovino adeguato favore presso gli stranieri amanti 
delle cose nostre; e più ancora presso quegli Italiani, 
per buona ventura non pochi, a' quali il loro censo 
permette di gustare i più squisiti frutti delle arti patrie, 
ed impone il dovere d'incoraggiarne i cultori. 

Firenze, 12 fettembre 1866. 




ANTICAGLIE 1 

L 

Condizioni dei nojìri popoli italici innanzi la conquifta 
romana. 

S'Assoluta mancanza di qualsiasi monu- 
» mento letterario de' nostri antichi popoli di 
origine italica, ci lascia in una quasi compiuta igno- 
ranza delle loro vicende anteriori alla romana conquista. 
Né tanta copia di greci e latini scrittori a nulla ci giova: 
perciocché i Greci, egualmente boriosi ed immaginosi, 
per dimostrare che ogni lume d'italiana civiltà prove- 
nisse di Grecia, inventarono favole quanto ammirate 
da' poeti, altrettanto spregiate dagli storici; ed i Romani 
non degnarono parlare degli altri popoli, che per con- 
tarne le sconfitte. Costretti in tanto buio a contentarci 
di quel poco che nel precedente capitolo abbiam ricor- 
dato delle origini e de' progressi de' nostri antichi, ag- 
giungeremo in questo quel tanto che di lor civiltà e 
coltura ci è dato intravvedere. 

I Capitoli tratti da' primi libri di una Storia del Regno di Napoli, interrotta 
pa^li avvenimenti del 1859. 



64 anticaglie. 

La religione, principio di ogni umana civiltà, fu tr 
i nostri popoli somigliantissima nella sostanza a quell 
de' Greci. La stessa folla d'Iddìi, nata dalle stesse paur. 
e necessità de' primitivi abitatori, era nelle due penisol 
adorata sotto diversi nomi: ondechè quando in Itali; 
per l'autorità de' Romani prevalse il culto greco, nor 
abbisognò mutare altro che la nomenclatura. Saturile 
si chiamò Crono, Lucezio diventò Giove, Mavorte mu- 
tassi in Marte, Libitina in Proserpina, Silvano in Pane, 
Bona in Semele, e cosi gli altri; solo Giano non trovò 
riscontro e restò Nume speciale italiano. Vuoisi però 
notare una doppia differenza tra il culto greco e l'ita- 
lico, la quale se non sostanziale, è pure di non lieve 
momento. I nostri Numi furono inferiori nella forma, 
superiori assai nella morale. Nella lunga gradazione delle 
antiche forme divine, da' mostruosi simboli indiani in 
sino alla perfetta bellezza delle statue greche, l'italiana 
idolatria tenne il penultimo grado. La bella e maestosa 
Giunone di Omero rappresenfavasi tra noi ricoperta 
di una pelle caprina. Ma questa estrinseca inferiorità fu 
largamente compensata dal puro e virtuoso carattere 
della italica mitologia. Non gli odii implacabili, non 
le sfrenate libidini degli ellenici Iddii; ma incorrotti 
esempi di tutte le pubbliche e private virtù: testimonio 
ancor questo della purità del costume, perciocché gli 
Dei (anno ritratto degli uomini che se li cwwno. 

La (orma politica universalmente ordinata nelle no- 
stre provincie, fu la repubblicana federativa. Ciascuna 



^i ni i e a g 1 i e . 6$ 

città si governava con particolari leggi e magistrati : la 
sovranità risedeva nel comune, sebbene si abbia ragione 
di credere che prevalesse non poco l' elemento aristo- 
cratico : i sovrani poteri erano esercitati, l'elettivo dal- 
l'intero popolo ; il legislativo ordinariamente da un se- 
nato ; l'esecutivo da un capo, dove col nome tutto osco 
di Meddistutico, equivalente a primo magistrato, dove 
con quello di Dittatore, di Re, ed anco d'Imperatore, 
che anticamente non valse più di comandatore ; il giu- 
diziario finalmente da maestrati eletti per a tempo con 
titolo di Pretori. Tutte le città comprese in una naturai 
divisione del territorio formavano un primo grado di 
confederazione, ed avevan comune il nome come i Can- 
dini, i Pentii, gl'Irpini, i Caraceni, comuni i più solenni 
sacrifizi, ed in occasion di questi i periodici parlamen- 
ti, ne' quali deliberavano de' negozi del loro distretto. 
I vari distretti di una medesima provincia formavano 
un secondo grado di general federazione, come quella 
de' Sanniti, che fu composta delle mentovate quattro 
minori. Ma il difetto di legami abbastanza saldi per as- 
sicurar la costante cooperazione di tutte le membra, 
sensibile già nelle minori confederazioni, facevasi di 
ìecessità più grave assai nelle maggiori. Le distanze dei 
uoghi e le difficoltà de' viaggi rendevano poco meno 
:he impossibili i comizi della intera nazione: e il non 
.rovar memoria alcuna di centrale autorità o rappresen- 
anza, ci fa supporre che quelle antiche federazioni me- 
itassero piuttosto il nome di naturali alleanze. Dove 



66 anticaglie. 

manchi una comun forza sufficiente a costringere i sin- 
goli membri recalcitranti, nessuna federazione farà mai 
buona prova ; ma questa mancanza, a cui non seppero 
ovviare gli Achei, non gli Svizzeri né i Tedeschi, non si 
può discretamente rimproverare a' nostri antichi. Essa 
però spiega come tanta virtù e tanto eroismo non val- 
sero almeno a salvare la loro indipendenza. 

Dopo il culto degli Dei e la partecipazione a' pub- 
blici negozi, la principale occupazione degli Italo-Osci 
fu l'agricoltura. La fertilità del suolo e la semplicità dei 
costumi li dispensavano dal soggettarsi alle men liberali 
fatiche dei manifattori e dallo esporsi a' pericoli del mare 
in cerca di lontani baratti. Lasciato adunque a 5 loro 
servi l'esercizio delle arti, eccetto quella della lana, ed 
agli Etruschi ed a' Greci il commercio marittimo, essi 
attendevano a coltivar con le proprie mani gli aviti po- 
deri (cosa fino a' tempi di Catone praticata, e fino a 
quelli di Cicerone vantata come la più degna di un li- 
bero uomo), ed a barattarne i superflui prodotti nelle 
fiere solite celebrarsi nelle più frequentate feste religiose. 
E che ciò bastasse loro meglio che a noi tardi nipoti 
non abbia fitto finora una irrisoria larva del collimerei o 
e dell'industria moderna, oltre agli altri riscontri se ne 
ha quello della popolazione a gran pezza maggiore, da 
cui tanti e si grossi eserciti vedremo erompere contro 
i Romani. Se i nostri antichi furono materialmente su- 
periori a noi, i quali della civiltà non abbiamo che i bi- 
sogni, troppo più ci superarono in morale. Que* Sanniti, 



*A n tic agì i e . 67 

quei Lucani, quegli Appuli, i quali dopo secoli di servitù 
meritavano ancora gli elogi di puri e severi costumi 
che vediam loro prodigati da tutti i classici latini, do- 
vettero certamente essere anco migliori ne' più propizi 
tempi della libertà. Destinati a divider la vita tra l'aratro 
e le armi, erano essi allevati nel modo più acconcio 
allo sviluppo della forza e del coraggio. De' Lucani par- 
ticolarmente sappiamo da Giustino ch'educavano i loro 
figliuoli al modo medesimo che gli Spartani. r Usciti 
appena di fanciullo, li mandavano nelle selve a viver 
co' loro pastori, senza ministero di servi né delicatezza 
alcuna di vesti o di letto; acciocché fin da' primi anni, 
lungi dalle cittadine comodità, si assuefacessero alla du- 
rezza ed alla parsimonia. Solo lor cibo il selvaggiume 
ammazzato, sole bevande l'acqua ed il latte. E veri- 
simile che non tutti i nostri popoli usassero co' loro 
figliuoli lo stesso rigore; ma tutti professavano lo stesso 
principio. L'amor della virtù e della patria, che avea 
regolato l'educazione de' giovani, presedeva quindi ai 
loro matrimoni. Ricorda Strabone che presso i Sanniti 
in talune solennità dell'anno si adunavano i Censori, e 
disaminati in presenza del popolo i portamenti de' gio- 
vani, eleggevano dieci de' meglio costumati di ciascun 
sesso. I maschi, ordinati per merito, sceglievano un 
dopo l'altro la più gradita delle vergini; e i magistrati 
nel consegnargliela essi stessi per isposa dichiaravano 

1 Lucani iij'Jcm legibus libcros fuos, quibus et Spartani, iujlruere f oliti eranl. 
Libr. XXIII, in princ. 



68 anticaglie. 

eh' e' non la conserverebbe se non fino a che si por- 
gesse degno cittadino. Della qual ricompensa ben fu no- 
tato che non si poteva immaginare una men grave allo 
stato, né più grata a' benemeriti, né più efficace sopra 
i costumi di ambo i sessi. l Infatti, le lodi da Orazio 
tra gli altri date all'appula moglie ed alla madre sannite 2 
ci mostrano le nostre antiche donne egualmente valenti 
ne' due principali uffici di questa cara e pericolosa metà 
dell'umana generazione. E tutto il tempo avanzante al 
governo della famiglia era da esse impiegato nel la- 
nificio: industria sopra tutte fruttifera per la copia e 
bontà del bestiame, e forse ancora perciò, che invece 
di esser come le altre abbandonata alla svogliatezza 
servile, era particolarmente affidata alla diligenza delle 
massaie. 

Nella coltura del vero e del bello non si possono ai 
nostri antichi tribuire quegli encomii che ben essi me- 
ritarono nel culto del buono. La mancanza di un eran 
centro politico, che fu la rovina del loro viver civile, fu 
conseguentemente accompagnata dalla mancanza di un 
qualunque centro di coltura. Mancò fino un ordine ge- 
nerale di sacerdoti, depositario della scienza arcana e 
propagatore della volgare, come l'ebbe l'Etruria: eh* è 
certamente il meno che si possa desiderare per il pro- 
gresso di un popolo. I pochi sacerdoti di ciascuna co- 
munità, tutti assorti nelle molteplici cure di un mini— 
sterio facccndosissimo tra gente ignorante, non di altra 

i Montesquieu, Efpr, da Iris, VII. i(.. 

: Libr. V, odi -,, v. ji; libr. Ili, ode 6, v, J7«4'« 



jinti e a g lic. 69 

scienza par che si curassero alquanto, se non della me- 
dicina ; se pure scientifico può riputarsi un misto di em- 
piriche ricette e d'incantagioni potenti sol quanto la 
immaginazione degli infermi. Ondechè si può dire che 
i nostri popoli nel dominio delle umane cognizioni non 
oltrepassassero quel primo limitare, in cui l'uomo tanto 
sa, quanto ei crede. Di lettere italo-osche non abbiamo 
altro monumento che le inscrizioni qua e là disotter- 
rate, quasi del tutto indecifrabili ; e sappiamo da Livio 
che i loro rituali serbavansi scritti in libri di tela l ; 
e possiamo con tutta verisimiglianza supporre che al 
culto de' Numi, alle imprese de' forti, alle gioie ed a' do- 
lori dell'anima, non mancasse lo spontaneo linguaggio 
di una poesia primitiva. Ma tutto ciò non forma una 
letteratura, almeno per noi che tanto poca notizia ne 
abbiamo. Quanto alle arti belle, nel loro lungo e variato 
progresso da' più rozzi saggi insino all'ultima perfezione, 
ebbero qssq nell'antica Italia due epoche chiaramente 
distinte, la etnisca e la greca. Lo stile dagli antichi detto 
Toscanico, energico ma duro, pieno di metodo, ma 
privo di grazia, aveva da più secoli signoreggiate tutte 
quante le arti del disegno, allorché scontrossi la prima 
volta con lo stile de' Greci nella Campania, dove al 
tempo della etnisca conquista fiorivano già Cuma , 
Partenope, ed altre greche colonie. Cominciò da quel 
punto la lunga lotta delle due arti rivali, risoluta final- 
mente nel totale predominio della greca, che è quanto 

1 Ex libro vetere linteo ledo facrificatum facerdote de. Lib. io, e. 27. 



70 anticaglie. 

dire del bello: la qual seconda epoca ebbe principio 
con la conquista da' Romani fatta della Magna Grecia. 
I nostri popoli, posti in mezzo tra gli etruschi ed i gre- 
ci e sforniti di un' arte lor propria , si prevalesero cias- 
cuno di quella che più prossima gli era; talvolta pure 
le fendettero insieme : ma generalmente essi non furono 
né esser potevano in questa parte di coltura più valenti 
che nelle altre. 

Vuoisi però da quanto è detto eccettuar la Campa- 
nia, dove tanto il viver civile fu inferiore a quello di 
tutte le altre nostre provincie, quanto la coltura fu per 
ogni rispetto superiore. Di tutte le arti belle special- 
mente, i tanti monumenti italo-greci, anzi le intere città 
diseppelite, ci sono ancora splendido e caro testimonio 
di quanto esse fiorissero in questa contrada la quale, se 
esser potesse felicità senza virtù, lune avrebbe dagli an- 
tichi ricevuto il nome dì felice. Ma qual prò tutti i beni 
del mondo facciano ad un popolo che non sappia vir- 
tuosamente usarli nò difenderli, chiaro apparisce dalla 
antichissima istoria appunto della Campania, la qual hi 
come una mostra di quella indegna vicenda di stranieri 
dominii che tanto strazio doveva ne' moderni tempi fare 
dell'intero Reame. Gli Osci ammolliti dalle delizie del 
clima furono feci] preda degli Etruschi, gli Etruschi dei 
Sanniti, i Sannito-Campani finalmente de 1 Romani, i 
quali da questo lato appunto, come per una breccia 
aperta già dal vizio, vedremo entrare all'assaltò e alla 

distruzione della libertà di tutto il nostro paese. 



*A n tic a g 1 i e . 71 

IL 

Civiltà e coltura della Magna Grecia. 

Se togli la Grecia propria, nessuna parte del mondo 
antico offrì lo spettacolo di tanto avanzata civiltà e di 
tanto splendida coltura, quanto le più meridionali tra 
le presenti provincie napoletane. Ne questo fu tutto 
vanto della classica terra che le popolò de' suoi figli ; 
perochè la buona pianta trapiantata non prospera, se 
il nuovo terreno non le sia parimente propizio. E la 
greca pianta non pure prosperò tra noi, ma molti frutti 
portò prima che nella stessa sua nativa contrada; e sa- 
rebbe in tutto riuscita forse più grande, se da varie cir- 
costanze non le fosse stato impedito. 

Degli ordini e delle leggi, delle armi di terra e di 
mare, dell'agricoltura, dell'industria e del commercio 
degl'Italo-greci, si è già veduto abbastanza nella storia 
delle singole loro città. E veramente se nessuna di 
queste giunse alla grandezza di Atene, tutte insieme 
composero una somma di forze e di ricchezze maggiore 
di quella composta da tutte insieme le città della Gre- 
cia '. Pure, diverse cagioni impedirono che la civiltà 
magno-greca sorgesse in effetto, ed anche più in opi- 
nione, all'altezza della greca. Primieramente, la confi- 



1 Les établiffement fiiuéf danf la portion cictuellc du royaumc de Naplef 
qui fé termine aux deux Calabre/, parvinrent à un tei degrè de fplendeur qu'ilf 
effacérent l'éclat de la mcre-patric. Blakq.ui, Hist. de l'Écon. Polit. cap. 4. 



72 nAntic Agiti, 

gurazione del suolo da essa occupato, che fu l'estremo 
lembo delle provincie internamente abitate da' Messapi, 
da' Lucani, e da' Bruzii, impedi alle sue tante membra 
di formare come un sol corpo animato da un mede- 
simo spirito, e di vivere, come la Grecia, una vita per 
molti rispetti comune. Conseguenza di questo difetto 
in molta parte, ma nel resto effetto eziandio della di- 
versa combinazione delle stirpi, fu la mancanza di quel- 
l'equilibrio de' due elementi conservativo e progressivo, 
il quale, mantenuto dall'emule forze di Sparta e di 
Atene, fé' grande la Grecia. Tra noi, infatti, prima 
soprastettero gli Achei senza contrappeso alcuno ; poi, 
quando i Dorii sormontarono, erano già gli Achei ve- 
nuti presso che al niente. E quando bene le due stirpi 
fossero state potenti l'uria a fronte dell'altra, è lecito 
congetturare che il loro contrasto non avrebbe sortiti 
i medesimi effetti, per non essere tra il genio dorico e 
l'acheo la stessa disformità che tra il dorico e l'ionio. 
A ciò s'aggiunse che gl'Italo-greci non ebbero quella 
necessità di difendere la propria indipendenza dagli as- 
salti e dalle insidie di un vicino formidabile, la quale ai 
Greci fu sorgente di civili e militari virtù, madre di 
concordia, e cagione precipua di lor grandezza. 

Anche gl'Italioti furono travagliati prima dalle armi 
de' tiranni di Siracusa e poi da quelle de' barbari: ma 
questi pericoli sopravvennero troppo tardi, allorché 
già la corruzione avea distrutta quella virtù che de' tra- 
vagli si la gradi alla gloria; e quanti) a' Siracusani in 



^inticag li e . 73 

particolare, la comune origine li faceva troppo meno 
odiosi che i Persiani. Ma se tutte queste ed altre mi- 
nori ragioni tolsero alla civiltà italo-greca di potere in 
tutto raggiungere la sommità della greca, non però le 
impedirono di aver leggi scritte, come quelle di Za- 
leuco, anteriori e forse anco superiori a tutte le greche ; 
eserciti ed armate, per sola taluna delle sue principali 
città, maggiori che non dieno oggi tutte insieme le 
nostre provincie l ; agricoltura elevata al grado di 
scienza 2 ; industria paragonabile soltanto a quella 
famosa de' Greci asiatici 3 ; ricchezza finalmente di 
commerci sì grande, che i più di quegli Stati vi affo- 
garono. Tanta è la potenza di questo cielo, quando 
dalla malvagità degli uomini non sia studiosamente 
annullata. 

La coltura della Magna Grecia precedette di tempo, 
né poi fu mai molto inferiore di merito a quella della 
Grecia. Se guardiamo alla filosofia, sotto il qual nome 
gli antichi comprendevano tuttaquanta la scienza delle 



i A chi non restasse facilmente capace di questo fatto attestato da tutti gli 
storici antichi, ricorderemmo i grossi eserciti de' Comuni italiani, e le più grosse 
armate di Venezia, Genova e Pisa. A Montaperti, i Fiorentini trovaronfi tremila 
cavalieri e più di trentamila a piedi : alla Meloria, i Genovesi montavano cento- 
trenlafei tra galee e altri legni. Gio. Villani, Vi, 79; VII, 91. 

2 Fu, tra gli altri, insegnata dal celebre Archita tarantino. Varrone e Co- 
lumella, De re rujl., I, 1. 

3 Tra le altre cose, la lana finissima di Taranto era stimata quanto quella di 
Mileto. Si ha da Varrone ed altri, che i greggi tarantini pascevano rivestiti di 
pelli, per guardia di lor vello, e da Petronio, che i loro montoni si adoperavano 
a migliorar le altre razze, come oggi i merino/. 



74 ^Anticaglie. 

cose divine ed umane, immediatamente dopo la scuola 
ionica fondata da Talete, sorse la pitagorica, dalla 
quale poi derivò l'eleatica: e se vera è la comune opi- 
nione che da Pitagora più propriamente che non da 
Socrate discendano Platone ed Aristotele : , si può 
ben dire che la greca filosofia nascesse tra noi. Le 
dottrine pitagoriche vanno distinte in tre principali 
rami; metafisiche, matematiche, e morali. Di queste 
ultime, nelle quali comprendiamo le politiche, abbiamo 
già ragionato narrando la parte che Pitagora ebbe nella 
vita civile della Magna Grecia. Della sua metafisica 
vano sarebbe il presumere di dar conto compiuto, 
quando agli stessi Greci, tanto più vicini di tempo 
e d'idee, non riuscì di darlo \ Tutti concordano 
in riferire che per Pitagora i numeri erano gli ele- 
menti di tutte le cose. La gran monade, o vuoi dire 
unità, aveva prodotto il numero binario, da questo 
erasi formato il ternario, e cosi continuando per una 
seguenza di numeri diversamente composti fino a rag- 
giungere il colmo delle unità costituenti l'universo 5 . 
Ma quando si viene a voler spiegare questa dottrina 



1 Cantc, Star. Univ., Ili, 22. 

2 II Condillac, con leggerezza indegna di un filosofo precettore di un prin- 
cipe, quando è adesporre il sistema di Pitagora, se la cava con alcuni epigrammi j 
un de' quali e il uU aiti dottrini ijl fori obfcurt, ti il v .1 appa~ 

mnir <jur QUOnà 011 V rntfiiJroit, 011 Hi fauroit rietl. Ma un suo compatrioti, il 

1 ' lo, ci ha dato la migliore esposizione, che io sappia, ili quel sistema. 

;1 capo .punto della sua Hifioin comparii di/ /.' ,.V /*<•/' ./<• philofophit. 
ria dilla filo/ofia, '. 1 . ; ,. 



lAntic a glie . 75 

in guisa che la ragione se ne possa dir soddisfatta, 

la concordia sparisce. Il più ragionevole è di sup- 
porre con alcuni tardi pitagorici *, che il loro maestro 
distinguesse anch'egli il dominio de' sensi da quello 
della ragione, le cose realmente esistenti dai concetti 
che lo spirito se ne forma ; e che tutta la sua teorica 
de' numeri, adoperata come soltanto una designa- 
zione simbolica del primo di questi due campi, non 
fosse da lui positivamente applicata che al secondo. 
Quanto all'anima umana particolarmente, si ha per 
certo che Pitagora fosse de' primi a proclamarne in 
Occidente la immortalità; ma non è ugualmente 
appurato che l'orientale opinione della metempsicosi 
fosse da lui proprio trapiantata tra noi, o non più 
veramente da' suoi discepoli : e ad ogni modo si ha 
buona ragione di credere che da' pitagorici iniziati 
a' più riposti misteri della setta non fosse mai con- 
siderata che come una delle favole buone a far cre- 
dere al volgo 2 . Ma se l'eccessivo amore degli studi 
matematici forviò Pitagora nel dominio della meta- 

1 Sesto Empirico, Aàverfuf Mathem. X, § 249, 263 ; Giamblico, In Arithm. 
Nicom. 

2 Già fin dal quinto secolo av. G. C. il pitagorico Timeo da Locri nel suo 
poema sull'anima del mondo diceva : « Come talvolta a guarir le malattie ribelli 
a' più sani rimedi sogliono adoperarsi i veleni, così quando a moderare gli umani 
spiriti non giova la verità, si ricorre alla menzogna. Buono è, se necessario, il 
terrore di quei dommi stranieri che fanno le anime de' molli e codardi trasmigrare 
in corpi di femmine, quelle de' micidiali in corpi di belve, quelle de' lascivi in 
cinghiali o ciacchi, quelle de' leggieri ed incostanti in uccelli, ed in pesci quelle 
dei pigri e degli stolti ». 



76 Anticaglie. 

fisica, facendogli scambiare un semplice istrumento 
dell' intelligenza, buono a scomporre e coordinare i 
fatti offerti dell'esperienza, con la sostanza stessa delle 
cose '• in compenso esso fu fecondo di maravigliosi 
risultamene, nella geometria, nell'aritmetica, nell'astro- 
nomia, e perfin nella musica 2 . Anche la medicina, 
che prima di Pitagora non oltrepassava i confini di 
un'arte al tutto empirica, fu da lui sollevata al grado 
di scienza; e insomma, non v'ebbe parte alcuna del- 
l'umano sapere, di cui questa nostra scuola pitagorica, 
detta pure l'italica, splendidamente continuata per oltre 
due secoli *, non mostrasse agli antichi i principi o 
non promovesse tra loro i principali progressi. 

Poco men famosa della pitagorica fu la scuola elea- 
tica, fondata da Senofane di Colofane, ma promossa 
principalmente da Parmenide e da Zenone di Elea. 
V è cui sembra che nelle dottrine di questa scuola pre- 
domini il carattere panteistico; alcuni vi scorgono cam- 
peggiar l'idealismo; altri la fanno fondatrice principal- 
mente della dialettica. Fu bene osservato che se di 



1 « I pitagorici, applicatisi i primi alle scienze matematiche, le facevano a 
tutte le altre precedere, e supponevano che i principi di quelle fossero i principi 
di tutte le cose ». Aristotile, Mctajìf., I. 5. 

2 Possono i particolari vedersi, tra g'i altri, nel Micali, Itti. av. Kom. II. 0. 

3 Di dugento e più pitagorici fioriti in Italia è dato il Catalogo da] Fa- 
bricio. I principali furono Archita di Taranto, PlIoUo ed Aiisteo di Crotone, 
[pponc di Reggio, IpparCO di Metaponto, TitteO di Locri, ed Ocello lucano, 
Anche di molte donne illustratesi in questa scuola, oltre quel che ne dicono il 

Fabricio medesimo (lìibl. Grate, I, 2) ed il Meoagio (//'//. muliir. pitie 

può \ edere il piacevol lihio del Wiclaud, I, 



^-i n t i e a g Zie. 77 

antichi filosofi potessero, risuscitati per poco, udire la 
esposizione che si fa delle loro dottrine, il più delle 
volte non le riconoscerebbero punto. Al proposito no- 
stro, eh' è di solo indicare quanta parte di quelle idee 
che tuttora si disputano l'impero della umane menti 
sia nata tra noi, dee bastare di accennare che la dot- 
trina di Senofane pare si riducesse a considerar l'u- 
niverso come un tutto eterno , vivificato da un' a- 
nima. Parmenide, convenendo nel panteismo del 
suo maestro Senofane, si crede lo modificasse in 
senso idealista, considerando le forme corporee come 
manifestazioni, non come parti della universa unità. 
Ma egli si applicò principalmente a sostenere, il 
conoscimento essere identico all'obbietto conosciuto : 
identità forse puramente ideale, cioè non riferibile al- 
l'obbietto se non in quanto l'idea o forma intelligibile 
di questo si supponga trovarsi già nell'intelletto ; ma 
che pur conteneva i germi del futuro scetticismo. I 
quali furono poi ampiamente sviluppati da Zeuone, 
fondatore dell'arte dialettica e vero padre di tutti i greci 
sofisti. Affermando Parmenide, il testimonio de' sensi 
non aver valore se non in quanto regge all'esame della 
ragione, aveva preparato quel preservativo contro il 
sensualismo, di cui tanto si giovarono i filosofi poste- 
riori, sopra tutti Platone ed Aristotile: ma Zenone, a 
forza di esagerar gli uffici del ragionamento e di de- 
trarre al valore de' sensi, trascorse fino a considerar 
l'esperienza come contraria alla ragione. Per lui lo 



78 Anticaglie. 

"spazio, il moto, la stessa materia, non eran più che il- 
lusioni della mente: eppure non era illusione la libertà 
della patria, s'egli non dubitò di dare per essa la vita. 

A tanta attività dell'umana ragione, che fu solo su- 
perata poi dalla Grecia illuminata da Socrate, accom- 
pagnavasi il fiorir delle lettere e delle arti. Orfeo da 
Crotone, autor di un poema sull'impresa degli Argo- 
nauti; Ibico da Reggio, lirico eccellente; Leonida da 
Taranto e Zilone da Metaponto, celebri epigrammisti; 
Senocrito da Locri e Cleomene da Reggio, ottimi scrit- 
tori di peani e ditirambi, carmi soliti cantarsi in onore 
di Apollo e di Bacco, e i tarantini Strabone ed Enone 
parodiatori di siffatti carmi; Rintone tragico, inventore 
delle favole chiamate rintoniche, ed anco italiche ; Ales- 
side da Turio e suo figlio Stefano, comici egregi ; fu- 
rono i principali lumi della poesia italo-greca : e tra le 
stesse donne, Teano e Nosside locresi meritarono per 
la soavità de' loro versi di essere assomigliate alle Mu- 
se 1 . Ma di tanta ricchezza non ci ha il tempo ri- 
sparmiato che qualche raro frammento. Più invidioso 
ancora ci è stato delle opere di prosa, principalmente 
istoriche, di quei nostri lontani maggiori ; nelle quali 
sopra ogni altro si segnalarono Ippi, Glauco, Teugere 
e Lieo, tutti e quattro da Reggio. 

Ma ben più chiara testimonianza del valor de' no- 
stri antichi nelle arti del disegno ci resta nelle monete, 

1 Antipakro, Epig, noli' 'Antologia} Suidt, voci 



^4 n / i e a g 1 i e . 79 

che dalle più rimote di Sibari e Crotone fino alle più 
recenti di Locri, Reggio e Taranto, segnano il con- 
tinuato progresso verso l'ultima perfezione ; e meglio 
ancora che le monete la attestano que' loro vasi che 
impropriamente si dicono etruschi, con tanta maestria 
ed eleganza dipinti, che furono giustamente proclamati la 
meraviglia della maniera di disegnar degli antichi 1. 
Abbiamo, oltre a ciò, tuttavia sotto gli occhi i 
grandiosi avanzi de' monumenti innalzati dalle forze e 
dagli spiriti della libertà, da' quali si pare come della 
magnificenza degli antichi nostri non fosse minore il 
buon gusto 2. Ondechè , sebbene le opere degli 
scultori e de' pittori italo-greci sieno perite, nessun 
dubbio può rimanere circa le lodi ad essi tributate da- 
gli antichi scrittori. I quali esaltano principalmente 
Learco da Reggio, autore di un Giove presso gli Spar- 
tani, che si crede la prima statua fatta di bronzo 3 ; 
Patroclo da Crotone, che scolpì un Apollo di bosso 
col capo dorato, dono di Locri ad Olimpia ; Damea, 
di Crotone anch'egli, che pose in Elide la statua del- 
l'atleta Milone; Clearco da Reggio, famoso per l'opere 
sue, ma più ancora per essere stato maestro di Pita- 
gora, scultore sopra tutti eccellente. Di pittori, oltre 
ad un certo Sii aro da Reggio, che per la sua fama fu 

1 Winkelmann , Star, delle arti, III, 4. La più splendida delle opere 
sn tal soggetjo è quella del Wilkina, The antiquities of Magna Grecia. 

2 La più splendida delle opere su tal soggetto è quella del Wilkins. The 
antiquitief of Magna Grecia. 

3 Era di lamine congiunte da chiodi. Paufania, III, 17. ' 



80 ^Anticaglie. 

chiamato a dipingere nel Peloponneso, non abbiamo 
durante la libertà della Magna Grecia memoria d'altri 
che di Zeusi, nativo di Eraclta : ma l'eccellenza di 
questo artista, che superò quanti mai furono innanzi \ 
può a chi consideri il naturai cammino della pittura, 
tener luogo di un lungo catalogo. Certo, se a' posteri 
nostri non rimanesse altra memoria che del divino 
Raffaello, nessuno perciò si persuaderebbe esser egli 
potuto da sé solo a tale altezza salire. 

Se tanto splendore di scienze, di lettere, di arti, non 
rappresentò agli antichi, né anche meno rappresenta 
a' moderni un complesso di coltuta egualmente lumi- 
nosa che quella della Grecia, ne furono in buona parte 
cagione quelle condizioni medesime dalle quali ab- 
biamo già visto la civiltà Italo-greca impedita di emu- 
lare la greca. Ma principalmente ne fu causa la man- 
canza di un centro comune, nel quale tutti i raggi di 
quella luce adunandosi, facessero il solito effetto di mol- 
tiplicare il proprio fulgore. Alla coltura della Magna 
Grecia mancò soprattutto un' Atene. E nondimeno essa 
fu tale, che dopo venti secoli queste nostre contrade 
non hanno ancora riveduta l'eguale. 



i « Kgli meritò degnamente dì essere anteposto dagli scrittori .1 tutti i 
passati. » Dati, ì r ila di /enfi. 



«///// e a glie. 81 

III. 
Le nojìre Provincie durante la dominazione romana. 

Quali fossero le condizioni nostre civili sotto il ro- 
mano dominio, abbiam veduto via via; né ci resta or- 
mai, che riassumerle. I Romani trovarono le nostre 
contrade, dove più, dove meno, dove italianamente, 
dove alia greca, tutte fiorenti di popolazione, di libertà, 
di armi, di agricoltura, commerci ed industrie ; e la loro 
signoria non fu che una continuata distruzione di tutto. 
All'appressarsi de' Barbari, le più popolate già fra le 
nostre provincie erano da un pezzo mutate in deserti; 
le municipali ragioni trasformate in pesi insopporta- 
bili avevano della Curia fatto un ergastolo; dove tanti 
eserciti contesero a Roma l'impero del mondo, i po- 
chi abili alle armi si mozzavan le dita per non impu- 
gnarle; le campagne già soprannominate felici non 
eran più che boscaglie e pantani ; de' mercantili na- 
vigli della Magna Grecia erasi spenta fin la memoria ; 
ed appena a' bisogni de' rari agiati suppliva la rozza 
industria de' domestici schiavi. 

Ma gli autori, che facilmente convengono di tanta 
rovina civile, sembrano poi farsi illusione circa le con- 
temporanee vicende della nostra coltura; quasiché la 
pubblica servitù avesse allora sugl'intelletti minor pò- 



82 tAnticaglie. 

tenza di oggi che pure è combattuta dalla stampa \ 
I più s'illudono co' nomi de' maggiori luminari delle 
latine lettere, i quali certamente appartennero alle no- 
stre contrade. A non dir di Livio Andronico, di Ne- 
vio, di Pacuvio e di Lucilio, rozzi ma benemeriti fon- 
datori di quasi ogni genere di latina poesia, Rudia dette 
a Roma Ennio padre dell'epica 2 ; Amiterno, oggi 
Aquila, le die Sallustio, principe della storia ; Arpino 
Cicerone, primo suo oratore ed unico filosofo; Venosa 
Orazio, principale lirico e satirico ; Sulmona Ovidio, 
il più facile de' suoi poeti ; Napoli Patercolo istorico, 
Stazio epico, Giovenale satirico, minori de' predetti, 
ma illustri pur essi, e forse anco Petronio Arbitro, 
narratore adeguato de' vizi romani. 5 

Ma così splendida serie non può altro provare, se 
non quanto questa terra, non ostante qualunque con- 
trarietà di destini e di tempi, sia ferace di nobilissimi 
ingegni. Volerne indurre che la coltura generalmente 
vi fiorisse, sarebbe tanto irragionevole, quanto per uno 



I Longino, a mezzo il terzo secolo, scriveva in fin ilei Sul'! ime: « Siccome 
le cassette, nelle quali io sento esser nodriti i Pimmei, impediscono il crescere 
a quelli ch'entro serrati vi sono; cosi ogni servitù è uno incassamento dell'a- 
nima ed una comune prigione ». 

2. Essendovi state due Rudie, una presso Lecce, l'altra presso Taranto, si 
dubita se Ennio appartenesse alle prima o alla seconda. Vedi Signorelli, Vie» Colt. 

cip. II. 

3. Si disputa sulla patria di Petronio. Ved. Tiraboschi, t. 2. lib. 1. L'I- 
gnarra, nella sua erudita opera della Pah/tra Napolitano, per principale argo- 
mento in favor di Napoli allega i napoletani idiotismi che, secondo lui. in questo 

autore si leggono. 



^Anticaglie. 83 

esempio il pretendere che il municipio arpinate sfol- 
gorasse di tulliana eloquenza. Perciocché come Cice- 
rone, così quasi tutti gli altri furono in Roma educati 
ed istrutti, romanamente vissero, la romana lingua 
parlarono, ed a Roma propriamente appartengono. 
Giusto vanto è il nostro di avere i primi aperto a' rozzi 
conquistatori della Magna Grecia il campo delle intel- 
lettuali discipline : ma giustizia è pure il confessar che 
per noi quel campo, aduggiato quindi innanzi dall'om- 
bra dominatrice, si venne rapidamente isterilendo. L'in- 
vasione del latino idioma, naturalmente cresciuta dopo 
la guerra sociale per la comunicata cittadinanza, pro- 
dusse nelle nostre provincie la decadenza della greca 
favella, ed impedì che l'osca, generalmente parlata dalle 
nostre genti di origine italica, si potesse mai più innal- 
zare alla dignità di lingua scritta; ma né la greca né 
l'osca distrusse ne' popoli, alcuni dei quali ancora og- 
gidì parlano la prima, e la seconda contribuì dopo 
tanti secoli alla formazione del moderno volgare l . 
Noi dunque sotto il romano giogo non avemmo mai 
lingua propriamente nazionale, nella quale il popolo 
conferisse la sua natia vivacità e gli scrittori versassero 
i tesori del loro ingegno. Generalmente i nòstri popoli 
potevano, come Ennio, vantarsi di avere tre cuori e 
tre lingue, la greca, l'osca e la latina 2 : ma per avere 

1 Muratori, Dijf. Iteti. 33; Micoli, p. I, cap. 29, in fine. • 

2 Q. Enniitf trio, corda fé fé habere dicebat, quod loqni graeee, ofee et let- 
tine feiret. Gellio, lib. 7. 



84 Anticaglie. 

una letteratura, bisogna che una nazione abbia un solo 
cuore ed una lingua sola. Le burlette osche, meglio 
note col nome di Atellane, furono il solo prodotto 
letterario veramente proprio di queste parti; se pur 
letterario può dirsi un genere di composizione ab- 
bandonato alla feccia del volgo, e nelle costui mani 
venuto a tanta bruttura, che non altronde si ripete la 
origine del vocabolo o/ceno, e se ne scandalizzò lo 
stesso secolo di Tiberio l . 

Se tanto poveri noi fummo di lettere, nelle quali 
i dominatori nostri emulavano i Greci, non è mera- 
viglia che meno ancora ci travagliassimo nelle scienze, 
tra le quali gli stessi Romani non coltivarono pro- 
priamente che la sola giurisprudenza. E per esser questa 
una scala agl'impieghi, si può credere che tra noi pure 
non fosse trascurata: ma non è che una semplice 
conghiettura, non avendosene alcun documento. Ben 
è fuori di dubbio che la romana giurisprudenza non 
fiorì propriamente che nel secondo secolo dell'impero, 
e che la morte di Alessandro Severo fu il segnale 
della sua decadenza 2 : onde se pur tra noi ebbe 
luogo lo studio del dritto, dovè presto cederlo alle 
cavitazioni di que' seminatori di liti dipinti da Am- 

1 Oscuiii tUCtndfUn luJricum,' Ifvijfinuc nj'H.l vulgum obh\-!alionif, , 

tiorum et virium venijfe, ut auctoritatt Patrum totretnimm fil, Tacito, Ann- 

IV. [4. 

ti, Ub. I, cip. }, § 64: ( Con Alessandro Severo sì estinse l'ai - 

dorc | uctenzt. » Ved. pine AfAckeldey, § (i. 



±A ìi t i e a g Ili'. 85 

miano Marcellino ' , e di quei riscotitori di gabelle, 
delle cui gesta son piene le istorie. Il Giannone, am- 
miratore costante del romano dominio, non trovando 
da citare scienziati almeno nativi di queste contrade, 
cerca in quel cambio illudersi col ricordar l'Accademia 
in Roma fondata da Adriano, da Alessandro Severo 
ampliata, e rinnovata poi da Valentiniano 2 . Se nes- 
sun' altra ragione facesse dubitar della premura dei 
padri in mandar da lontane provincie i loro figliuoli a 
studiar nel romano ateneo, basterebbe ciò che lo stesso 
istorico ricorda di Arca, avvenente garzone venuto 
dalla Grecia in Roma ad apprender giurisprudenza, e 
quivi fatta da Diocleziano imprigionare sol perchè 
non volle acconsentire alla sua sfacciata libidine. Ma 
quelli che pure affrontavano il dolor della lontananza, 
il dispendio della dimora, ed i pericoli della gene- 
rale scostumatezza, non tardavano ad accorgersi della 
vanità di tanti sacrifizi, vedendosi sotto la disciplina 
di professori meglio di albagia che di sapienza forniti, 
soliti rispondere a maniera di oracoli, e persuasi che 
nelle vesti e nel portamento consistesse la filosofia, 
né altro che il citare antichi nomi costituisse la dot- 
trina 3 . 

Delle arti belle si sa eh' esse in Roma furono prima 
etnische, poi greche, romane non mai, se non in quanto 

1 Lib. XXX, 4. 

2 Stor. civ., lib. I, cap. 3, § 8$. 

3 Forti, lib. I, cap. 3, § 8$. 



86 ^Anticaglie* 

alla romana grandezza le adattò l'ingegno straniero. ' 
Greche divennero appunto dopo la conquista delle no- 
stre greche città, i cui capolavori in massima parte ra- 
piti rivelarono ai vincitori la etnisca rozzezza. E se alla 
conquista della Magna Grecia non fosse con poco in- 
tervallo seguita quella della Sicilia, ed ivi a non molto 
quella della Grecia medesima, si può credere chele arti 
tra noi sarebbero continuate a fiorire almeno in servigio 
di Roma. Ma alla perdita della libertà si aggiunse quella 
della protezione, che per le arti in certo modo supplisce, 
allorché i Promani, signori di Grecia, potettero la greca 
bellezza attingere in fonte. Noi dunque , diseredati 
dell'arte propria, seguitammo anche in questo campo 
le pedate de' nostri padroni. Finché il favor degl' im- 
petatori ed un efimero lustro delle città dissimularono 
la nostra rovina, chiamammo anche noi artisti diretta- 
mente da Grecia o li prendemmo di seconda mano 
da Roma. Quando, dileguata ogni illusione, la mise- 
ria prese apertamente a divorare le mal governate Pro- 
vincie, nessuna vaghezza di bello potè reggere alla man- 
canza del necessario. Se pubblico bisogno o privato 
capriccio necessitava pure a edificare di nuovo, è pro- 
babile che qui ancora si tenesse il modo ultimamente 
invalso nella metropoli, di dislare i bei monumenti an- 



i « Ne' primi cinque secoli ili Roma, pittura, scultura, trchitttturft, 

manifatture tutto fu etrusco; negli altri secoli, pitturi, scultur.i, architettura, nui- 
IÌCÌ arti, manifatture, tutto fu greco. Questa e la storia delle aiti di Roma. » Men- 
mm, </.' Koin. II. 8. 



^Anticaglie. 87 

tichi per rifare con le raccozzate lor membra quelle 
goffe sconciature che sole consentiva la corruzione 
del gusto '. Ma né di questo né di alcun altro 
particolare circa le arti del presente periodo gli storici 
nostri fan motto : silenzio, del resto, eloquente in uo- 
mini che la storia patria confondono col panegirico. 
Lo stesso Pietro Signorelli, che della napoletana col- 
tura per tutti i tempi ordì speciale trattato, non di altro 
a questo punto si occupa che di assicurare a Formi a, 
oggi Mola di Gaeta, la gloria di aver dato al mondo 
Marco Vittruvio Pollione, insigne architetto del secolo 
di Augusto ed autore di dieci libri di architettura che 
etano ancora P ammirazione e lo studio del secolo di 
Leone. 2 Ma di questa origine si dubita da molti; 
e quando pure avesse a ritenersi per vera, essa non 
proverebbe in favor dell'' arte nostra di allora più di 
quello che i natali di Orazio e di Ovidio provino in 
favore della nostra poesia. Vitruvio fu 'romano di ele- 
zione, se non di nascita, sapendosi che visse ai servigi 
di Augusto, da cui fu principalmente adoperato nelle 
macchine da guerra ; ed i grecismi, onde il suo scri- 



1 Denina Rivai. Ha!., IV, i; Mengotti, cap. ult. ; Canta, Stor. ita!., 
eap. 42. 

2 Leoa Battista Alberti ed Andrea Palladio non fecero che riprodurre le 
dottrine «di Vitruvio ; ed alla illustrazione di questo autore furono consacrati i 
maggiori sforzi dell'ingegno di Claudio Tolomei e di molti altri dotti del XVI 
secolo. Tra le molte traduzioni di Vitruvio in tutte le lingue moderne, è partico- 
larmente stimata una italiana del nostro marchese Berardo Galiani, pubblicata 
magnificamente in Napoli nel 1758. 



88 ^Anticaglie. 

vere è ingombro, dimostrano abbastanza che i suoi 
maestri furono greci e che tutta greca fu V arte da 
esso insegnata. 

Ma mentre Torbe romano, da' propri vizi e dagli 
esterni assalti disfatto, si copriva di mine, delle sue 
stesse mine una società novella servi vasi per edificare. 
All'antico insegnamento mosaico della unità di Dio, 
creatore del mondo e padre comune degli uomini, 
mancava ancora il compimento più necessario alla pra- 
tica, allorché, regnando Tiberio, una voce divina suonò 
dalla Giudea che, se tutti figli d'un padre, gli uomini 
dunque sono tutti fratelli. Conseguenza cosi naturale, 
da far maravigliare che gli Ebrei fossero tanto lontani 
dal trarla, quanto mostrò la loro costante avversione 
ad ogni consorzio con le genti: ma cesserà la mera- 
viglia per chi consideri quanto le stesse nazioni cri- 
stiane, dopo diciotto secoli che la professano, sono 
ancora lontane dal pienamente applicarla. Ad ogni 
modo, proclamata die fosse, quella parola doveva di 
necessità rigenerare la terra ; e cominciò fin dal primo 
momento, nò mai cesserà che non abbia finito. I no- 
stri storici, anziché investigare gli effetti della nuova 
dottrina tra noi, sono tutti in sul fermare qual fosse 
la ecclesiastica polizia de' primi secoli: della quale io, 
come di cosa meno importante, mi sbrigherò per primo. 
La Chiesa, qual fu ordinata dal suo divin fondatore e 
da' primi discepoli di quello, conteneva in germe tutti 
i gradi della sua futura gerarchia. Nel ministero degli 



e / il tira g li e . 89 

anziani, nella dignità degli ispettori, nella superiorità 
degli apostoli e nel primato di Pietro, erano già i 
primi lineamenti de' preti, de' vescovi, de' metropo- 
litani e del sommo pontefice. Ma questi germi si svi- 
lupparono successivamente, secondochè il bisogno di 
governo, ch'è proprio di qualsivoglia società, si fé 
sentire eziandio nella cristiana, e che prima la neces- 
sità di difendersi, poi la mira ad ampliarsi, la portarono 
a sottoporsi a più stretta balìa. Primo a sollevarsi da 
quella comune egualità de' primitivi fedeli fu l'ordine 
de' preti. La distinzione fra lo stato laicale e il cleri- 
cale, ignorata propriamente in principio, e che poi si 
venne a mano mano raffermando con la diversità de' 
costumi, degl'interessi, delle vesti e fino della favella, 
costituì del sacerdozio una sorta di patriziato, che alla 
forma tutta democratica della nascente Chiesa ne so- 
stituì una sensibilmente aristocratica. Ma come sulla 
comunità il presbiterio, così tra non guari sopra que- 
sto levossi l'episcopato, favorito principalmente dalla 
pratica de' Concilii; dove congregandosi i vescovi 
come rappresentanti delle singole chiese, natural- 
mente si congiunsero nello intento di accrescere la 
propria dignità e di restringer nelle loro mani l'eccle- 
siastico governo. La superiorità incontrastabile di al- 
cune sedi vescovili, come Roma, Alessandria, Antio- 
chia, Efeso, Costantinopoli, e l'aver la polizia della 
Chiesa dopo il suo legai riconoscimento secondata 
quella dell'Impero, furono poi cagione che tra gli stessi 



90 tAntìc a glie . 

vescovi alcuni pochi acquistassero preminenza di grado 
e di potere col nome di Metropolitani o simile, e che 
tutti gli altri, o per crescersi forza con Y unione, o 
per non potere altrimenti, ne accettassero la dipendenza 
col nome di Suffraganei. In tanto costante accentra- 
mento non restava ormai se non che i Metropolitani 
medesimi si assoggettassero al maggiore tra loro; e poi- 
ché tal maggioranza da nessuno poteva essere contra- 
stata al successor del Principe degli Apostoli, al Ve- 
scovo della città regina delle nazioni, ed a chi già dispo- 
neva del più ricco patrimonio ecclesiastico del mondo, 
il papale primato non soprastette molto a mutarsi in 
riconosciuta potestà di monarca l . Ma in cosiffatto 
succedersi de' gerarchici gradi, il nuovo non di- 
strusse mai l'antico in quei primi cinque secoli dei 
quali ora ci occupiamo, meritamente rimpianti co- 
me un' età dell' oro della Chiesa. Non il popolo 
abdicò in favore de' preti, non i preti in beneficio dei 
vescovi, nò questi a prò del sommo pontefice 2 ; ma 
tutti continuarono a comporre quella vera unità, che 
nel consentimento assai più che nell'obbedienza con- 



1 Di Ilario da Cagliari, che sedette p.ip.x dal .jM al 468, ricorda il Canta: 
« In una lettera a Leonzio vescovo di Arles, da nome di monarchia al primato 
pipale. » Slor. Univ., lib. 7. cap. 1. 

2 Sommo dicesi propriamente il pontefice romano, perchè pontefici s'inti- 
tolavano anticamente tutti i vescovi, lilialmente comune fu il titolo di papa tino 
a che il vescovo di Roma, asceso al colmo della |U BOH ebbe a tutti 
gli altri vietato di usarlo. 11 qu.il divieto d.\ alcuni autori è attribuito 

in; VIij altri, più favorevoli a Roma, lo fanno risalire a Gregorio I. 



^Anticaglie. 91 

siste ' . Come il clero non aveva escluso i popoli 
dall'elezioni, né i vescovi cessato di governar col pa- 
rere de' propri presbiteri, così il supremo gerarca non 
occupò in parte alcuna la libertà de 5 vescovi nella par- 
ticolare amministrazione delle loro diocesi : inguisacchè 
T ecclesiastico governo risultò tale un temperamento 
di monarchia, aristocrazia e democrazia 2 , quale ap- 
punto fu sempre vagheggiato da' più savi politici ed 
oggi è il voto più comune de' popoli ; anzi in tanto su- 
però i costoro desideri, in quanto la parte monarchica 
non men che l'aristocratica vi si mantenne elettiva, e 
la elezione non ebbe altro fondamento che il merito. 
Onde si vede quanta ragione abbiano religiosissimi 
scrittori di affermare che la costituzione della Chiesa 
ebbe allora tutta quella perfezione di cui Cristo suo 
fondatore la volle dotata, e che perciò qualunque al- 
lontanamento da quella originaria disciplina è stato e 
sarà sempre uno allontanarsi dalla divina idea "> . Seguì 

1 « L'unità della chiesa si volea che fosse unità di voleri, unità di persua- 
sioni; e ad ottener questa, niente vale il comandare di un solo ». Rosmini, 
Piaghe della Chiefa, § 52. 

2 Doctoref catholici in eo conveniunt ovine/ , ut regimen ecclejìajììum homi' 
nibuf a Deo commifum fit; illuà quìdem monarchicum, fed temperaìum ex arijlo- 
cratia et democratia. Bellarmino, Lìb. de fu m Pont., cap. 5. 

3 « Dès lors il ne manquait rien au bon gouvernement de l'Église 

La réligion chrétienne, étant l'onvrage de Dieu, a eu d'aboreu tonte sa perfection 
.... Vous verrez dans la suite de l'historie comment cette discipline a changé, 
si c'est de propos de libere, par bon conseil, apres avoir bien pese toutes les 
raisons de part et d'antre, par des lois nouvelles, des abrogations expresses, ou 
par un usage insensible, par ignorance, par négligence, par faiblesse, par une 
corruption generale, à laquelle les supérieurs mèmes ont eru devoir céder pour 
un temps ». Fleury. Difc. II far Vlfiifi. Eccl. p. 19. 



92 Anticaglie. 

la nostra particolare polizia lo sviluppo della generale; 
né altro vi ebbe di specialmente osservabile, che la co- 
incidenza dell'autorità metropolitana col papale princi- 
pato, prodotta dall'essersi la Chiesa, poiché fu da Co- 
stantino riconosciuta, in molta parte adattata a quelle 
divisioni che trovò stabilite nell'amministazione del- 
l'Impero. Era allora l'Italia, come a suo luogo vedem- 
mo, divisa in due vicariati, quello ristrettamente detto 
d'Italia, che ne conteneva le sette superiori provincie, 
e quello di Roma, che ne abbracciava le dieci inferiori, 
quattro delle quali dovevano poi comporre il regno di 
Napoli. Ciò fu cagione che come le dieci inferiori pro- 
vincie erano col comun nome di suburbicarie sotto- 
poste tutte al vicario di Roma, cosi al vescovo di que- 
sta col medesimo nome si sottoposero: ed il simile 
fecero le sette superiori col vescovo di Milano. Onde 
avvenne che mentre generalmente ogni provincia ebbe 
il suo metropolitano, da cui tutti i vescovi delle sottopo- 
ste chiese dipesero, le provincie nostre ebbero insieme 
con altre per sola metropoli Roma; e che, costituitasi 
poi la papale monarchia, i nostri prelati le si trovarono 
doppiamente soggetti, come suffragatici e come sud- 
diti '. Il che aiutò non poco i progressi della pon- 
tificia potenza, e fu il primo seme di quelle pretensioni 
che tanto travaglio dovevano dare al futuro reame. 



i GUntlOne, lib. 2, cap. 8; Trovi», tom. .j, pirtc 1 ■», p.ig. 36^; e la ju- 
oiita da essi citate. 1 metropolitani furono poi introdotti ti.i noi d 

Papi, alcuni secoli app 1 



^Anticaglie. 93 

Ma più che la polizia della Chiesa, importa alla vera 
storia il sapere quanta efficacia in que' primi secoli 
avesse tra noi la nuova religione. Generalmente gli 
amici del cristianesimo si son trovati d'accordo co 5 suoi 
nemici nello esagerarne la immediata azione; i primi 
per un supposto bisogno di nobilitarne in tal modo 
l'origine, i secondi per ingiusto desiderio di attribuirgli 
i mali dell'Imperio. L'età cristiana anteriore al trionfo 
de' barbari dividesi naturalmente .in tempo innanzi a 
Costantino e in tempo di poi. Nel primo tempo, le 
feroci persecuzioni con brevi intervalli rinnovellate 
non permisero mai che i cristiani prevalessero in guisa 
da potere efficacemente operare sull'universale : appena 
per la moderazione o pel disprezzo di un imperatore 
cominciavano a respirare e a mostrarsi, ecco i carnefici 
del successore rimettersi alla lor caccia e costringerli a 
riparar di nuovo nelle tenebre delle catacombe; dove 
l'interesse de' poveri fedeli di non essere intesi dal 
mondo, riscontravasi con quello dei ricchi e depravati 
idolatri di non dare lor retta. Poiché Costantino si fu 
convertito, agli impedimenti della persecuzione succe- 
dettero i pervertimenti di una malintesa protezione. Il 
numero de' cristiani di nome, allettati dall' imperiai fa- 
vore, dagli onori ecclesiastici, soprattutto dalle donate 
ricchezze, crebbe moltissimo; ma quello de' cristiani 
di fatti ne fu sensibilmente scemato. Cessato insiem coi 
martiri l'entusiasmo, insieme con la povertà i santi co- 
stumi, la corruttela antica risultò dapertutto più potente 



94 %Antic a glie , 

delle nuove dottrine \ Già fino dal 370 era biso- 
gnata una legge che proibisse agli ecclesiastici l'usare 
in case di vedove e di pupilli ed il ricever cosa alcuna 
dalle donne per donazione o testamento 2 . Quegli 
stessi che a' mondani acquisti anteponevano ancora 
gl'interessi della religione, ordinariamente non li face- 
vano più consistere nel trionfo de' principi tutti pratici 
del Vangelo, sibbene in quello delle teologiche specu- 
lazioni, quasi tante allora, quanti i cervelli ': la qual 
deviazione dal sereno campo della morale nell'oscuro 
labirinto della metafisica, cominciata con la conver- 
sione de' dotti, era cresciuta con la traslazione dell'Im- 
pero in mezzo a' greci sofisti: dove gl'imperatori, ap- 
pasionatisi per la religiosa polemica, la fomentarono 
per modo negli ecclesiastici, che i principali tra questi 
in breve non ebbero quasi altra occupazione che di bat- 
tagliare ne' sinodi per la propria opinione 4 . Tutto ciò 



1 Denina, Rivo!, //a/. IV, 2; Forti, In/1, civ. lib. 1, cap. 3, p. 52. 

2 L. io, C. Teod., de Episc. et hccl. La qual legge è approvata da S. Gi- 
rolamo, attestando in Eptjl. ad Eujlach. che gli ecclesiastici di quel tempo, cor- 
teggiando i vecchi e le vecchie senza figliuoli, scendevano fino a presentar loro il 
pitale nello stretto del letto e ricevere nella mano i loro sputi, dindio in fette/ 
et anuf abfque liberi/ quorumdam turpe fervitium: ipji apponnnt maialavi, obfi- 
di'iit lectum, purulenti atH fiomaehi et phUgmata pulmoni/ tnanu propria fufeipiunt. 

3 «È deplorabile quanto pericoloso clic vi sieno tanti simboli quante opinion- 
di uomini, tante dottrine quante inclinazioni . . . Offa anno, anzi ogni mese 
compaiono formolc nuove a spiegare invisibili misteri » . Ilario vescovo di Poitiert, 
citato dal CawTÙ, Star. Unir. lib. 7, cap. J, in fine. 

| Ammiano MaRCBLLXKOj XXI, H>, dice ili CottAIUO figlio di Costantino: 

iontm chriftianaiii JimpUtem et ab/o hit a in aitili /uper/litione COnfnnituf, . . 

txeitavit dijfiiHa multa, i/uae pro^rr/a fufiuj alnit fOmtl tatiotic. nrboruvt : ut 



<_ 7 //. tic a g He . 95 

non tolse che lo spirito del cristianesimo, sì per la virtù 
sua propria, sì per l'opera di successori degnissimi de- 
gli apostoli, penetrasse nella cadente società romana : 
solamente l'efficacia sua fu minore assai di quel che per 
molti si crede. Il paganesimo, prima scopertamente, poi 
sotto cristiano travestimento, resistette a' novelli in- 
flussi per modo, che l'universal precipizio non ne restò 
punto ritardato: anzi gli stessi più zelanti tra' cristiani 
storici confessano che il nuovo elemento introdottosi 
nel vecchio mondo, non essendo riuscito a conquiderlo, 
ne accelerò lo sfacelo \ 

Per le nostre provincie in particolare, nel primo dei 
due detti periodi, cioè innanzi Costantino, gì' impedi- 
menti al cristianesimo furono anche maggiori che al- 
trove. La nuova religione vi s'introdusse veramente 
assai per tempo ; perciocché sebbene la mancanza di 
approvati documenti faccia dubitare delle tante con- 
versioni di popoli ed ordinazioni di vescovi che la tra- 
dizione attribuisce in queste contrade allo stesso S. Pie- 
tro 2 , si deve almeno ritener per fermo ciò che ne' sacri 

cuiervif Antijìtum jumentif pubblici/ nitro citroquo di/currentibu/ per Synodof 
quo/ appelhiut, dum ritum omnem ad fuum trahere conantur arbitrium, rei vehi- 
cul aride f uccìderci nervo/. 

1 « Efficacia pubblica scemò alla religione, l'essere la società civile rimasta 
ancor pagana di fondo, d'istituti, di leggi, di costumi, qual era sorta e cresciuta... 
Pagana nelle midolle anche dopo fatta cristiana nell'esteriore. . . La società che 
finiva non avendo più l'autorità, la nuova non avendo ancora la potenza, venne 
ad accelerarsi lo sfacelo ». Cantù, Sior. Iteti., cap. 56. 

2 Per esempio, l'ordinazione di Aspreno in Napoli, di Amasiano in Taranto, 
di Prisco in Capua, di Marco in Atina, di Simisio in Sessa, e moltissime altre 



96 ^inticaglic. 

libri si ricorda di S. Paolo, che nel suo viaggio a Roma 
passando egli per Pozzuoli, fosse dai cristiani di quella 
città fratellevolmente intrattenuto '. — Ma se la 
commodità delle comunicazioni allora frequeuti tra 
i nostri porti e l' Oriente favori la presta intro- 
duzione della cristiana credenza , diverse altre cir- 
costanze poi ne ritardarono l'allargamento e ne im- 
pedirono l'esercizio. Mentre da una parte la vicinanza 
di Roma faceva più pronti e zelanti i romani ufficiali 
nelFeseguire i frequenti editti di persecuzione, dall'al- 
tra le spesse visite degli imperatori e le corruttrici 
loro carezze stornavano i popoli dal preferire i peri- 
coli del nuovo culto e l'orrore de' sotterranei a' di- 
letti e agli spettacoli del paganesimo. A queste parti- 
colari ragioni di paura e d'interesse aggiungevasi la 
propria tenacità delle città greche, e specialmente di 
Napoli, per un culto al quale attribuivano ogni avanzo 
dell'antico splendore: tantoché volendo alcuni de' na- 
poletani scrittori vendicare alla loro città l'onore di 
aver tra le altre franchigie goduto quella di non sog- 
giacere alle romane persecuzioni, ed altri in contrario 
volendo mantenerle la gloria di aver dato martiri alla 
fede, plausibilmente queste opinioni si conciliano col 



clic il Giannonc chiama francamente novelle, lib. i cip. ti, p, :, e il Troyli 

poggiate t Cron 

io, n,-l fgcolo .V/r, invitiate. Tom. .}, p.ut. i\ 
1 Vtnimnf Puttolof, uhi inventi/ fraìribuf, rogati fami 
ftptem. A \ Vili 



%A ii t i e a g He. 97 

dire che allo stesso Comune appartennero le vittime 
ed i loro carnefici l . Sia comunque, il numero dei 
martiri nelle nostre provincie, massime nella Campa- 
nia più prossima a Roma, fu grande: ma quel prezioso 
sangue, per le ragioni dette, vi fu meno fecondo che 
altrove. Guardando alla società in generale, l'efficacia 
del cristianesimo tra noi fu ne' primi tre secoli di 
assai lieve momento 2 . Convertiti gì' imperatori, la 
vicinanza di Roma avrebbe aiutata la cristiana religione 
quanto già l'aveva osteggiata; ma contemporaneamente 
la sede dell'Impero fu trasferita a Bisanzio. Vero è che 
la lontananza di principi usi a confondere nelle proprie 
mani la potestà spirituale con la temporale, ci salvò in 
parte da' mali della protezione. Le dispute sulla fede, 
non attizzate dall'intervento de' coronati teologasti!, 
non levaron qui fiamma 3 ; né le imperiali largizioni 
promossero nelle nostre chiese il guasto de' primitivi 
costumi 4 . Ma insiem co' mali della protezione ci 
mancarono i beni. Più mollemente combattuto appunto 
qui dov'egli era più forte, il paganesimo vi prolungò la 
sua resistenza, prima ne' templi, poi nelle menti e nei 

i Giannone, iib. I, cap. II, pag. 3. 

2 « Ne' primi tre secoli la Chiesa, in se sola ristretta, niente alterò la po- 
lizia dell'imperio e molto meno lo stato di queste nostre provincie, nelle quali 
per le feroci persecuzioni appena era ravvisata. » Giannone, lib. I, in fine. 

3 Troyli, toni. 4, part. i a , pag. 179. 

4 « Da Costantino fino a Valentiniauo III, le nostre chiose non fecero con- 
siderabili acquisti : e si conosce chiaro dal veder che non possono recare in 
mezzo altri titoli, se non procedenti da concessioni fotte loro da principi longo- 
bardi ecc. » Giannone, lib. 2. in fine, 



98 ^Anticaglie* 

cuori. E sebbene le sue maggiori difese fossero appo i 
contadini, dai quali perciò tiene suo nome \ anco 
nelle città si mantenne assai forte, e più nelle men 
decadute dall'antica coltura; riscontrandosi in soste- 
nerlo la tenace superstizione degl' ignoranti con la 
non manco tenace venerazion de' dotti per la bella 
antichità, de' cui monumenti letterari ed artistici la 
nuova credenza recavasi a dovere l'abbominio e la 
distruzione. Di Napoli segnatamente è famoso il vanto 
che in fin del quarto secolo le dava Simmaco, nemico 
fierissimo dei cristiani, chiamandola città religiosa, 
cioè (che che ne ghiribizzino i soliti panegiristi) pagana 
nelle midolle 2 : e si può credere che il pagane- 
simo non vi andasse al disotto, che dopo le violente 
leggi fulminategli contro dagl' imperatori Arcadio 
ed Onorio K Tanti ostacoli non impedirono certa- 
mente al cristianesimo ogni azione tra noi. Nel reg- 
gimento municipale, nell'amministrazione della giu- 
stizia, in tutte quasi le civili attinenze e le domestiche, 
l'ingerenza de' vescovi, autorizzata quando dalla de- 
vozione de' popoli, quando dalle leggi de' Principi, 
quasi sempre dalle virtù loro proprie, esercitò dove 

i Pavttftuf propriamente e Tuoni di villa, l'abitante dì villaggio (p<i£'ij )• 

2 Quampriniitm Neapolin, prlitu ci cium ipforum, viferc fludco: /7//V bonari 
urbi/ rcli«iof<ic ini cr valium Malli ilcpulabo. Dchiuc, fi bitte Dii jitveri;. 
ijuano itinere vcucrabiL-m HOÒif Roman larcinquv peteintif. Simmaco, epi^t. 2~ 
del lib. R. « Napoli era la metropoli del pftginesimo dell'Itali.! meridionale, a 
Slor. Ila!., C*p. |9- 
-, GuriTHOVE, lib. 1, etp 11 p ;• in firn ; ; • ' / '. Cip. si. 

in fine. 



kA il 1 1 e a g 1 i e . 99 

più dove meno la sua naturale influenza \ Ma 
qui più che altrove, ne* cinque primi secoli, i risul- 
tamenti sociali della nuova religione furono piuttosto 
di seminar per l'avvenire, che non di fruttare al pre- 
sente. La raccolta era dapertutto serbata a quel tempo 
in cui distrutte da' Barbari le vecchie instituzioni di 
Roma, nò bastando i distruttori alla riedificazione di 
un ordine nuovo, il Cristianesimo doveva poi farsi pa- 
drone poco men che assoluto del campo. 

La romana dominazione adunque nelle nostre Pro- 
vincie, non ostante il Cristianesimo, continuò sino 
all'ultimo in quell'opera di corruzione e di devasta- 
mento che da nessuno storico imparziale può esser 
negata 2 . Ma prima di separarcene affatto, non è 
senza interesse l'esaminar brevemente il retaggio da 
essa lasciatoci. Generalmente, gli elementi dalla ro- 
mana civiltà tramandati alla moderna europea, la qual 
di essi e di quelli apportati dalla Chiesa e dagli stessi 
Barbari si compose, riduconsi a quattro ; il reggimento 
municipale, il concetto dell' Imperio, la legislazione 
civile, e la lingua latina. 3 Lasciando anche da 
parte le dispute circa la discendenza del Comune mo- 
derno dal Municipio antico, può probabilmente il Mu- 

1 Cierario, Econ. polit. del med. evo, lib. I, cap. I. 

2 « Campo di eterne rapine, la bassa Italia pianse amaramente la vicinanza 
di Roma. Non si crederà giammai quanto la dominazione romana fu in questo 
angolo del mondo funesta alla coltura del suolo, alle scienze, alle arti ecc. » 
Herder, Filo/. Stor. , XIV, 3. 

3. Guizot, Cìuil. Europ., lez. 2 a ; Cantù, Stor. Ital., cap. 53 in fine. 



ioo anticaglie. 

nicipio dirsi romano in quelle contrade dove la ro- 
mana conquista l'introdusse; ma farne un merito a' 
Romani tra noi, dove abbiam visto ch'essi lo trova- 
rono nel più bel fiore di vita, dove tanto strazio ne 
fecero, dove se una lurida ombra ne lasciarono, fu 
sol come instrumento delle loro estorsioni, sarebbe 
assurdo. Del concetto dell'Imperio si può contendere 
se abbia più giovato o nociuto all' Europa, ma per 
l'Italia in particolare nessun dubbio vi ha che sia 
stato una sorgente perenne di guai. Vero è che al- 
cuni per concetto imperiale intendono più astratta- 
mente l'idea del potere assoluto l : ma questa idea, 
nella sua tremenda semplicità, si presentò da se stessa 
alle menti degli uomini, prima non meno che dopo 
di Roma. I benefizi del romano diritto, che prima in- 
vase le consuetudini barbariche, poi fu come a dire 
il polo a cui s'affìsse la legislazione moderna, sono in- 
negabili: solo giustizia richiede clic molta parte del 
merito si attribuisca alla Chiesa che quel diritto adottò, 
e che se non lo avesse trovato beli' e cresciuto, pro- 
babilmente lo avrebbe generato. Imperochè la ragion 
cristiana ha quella radice medesima, onde surse la 
giurisprudenza romana, cioè l' umana coscienza ; e 
quanto giustamente fu detto che l'anima umana è na- 
turalmente cristiana 2 , tanto pur dirsi potrebbe che 

i. Guizot infatti lo definisce l'idée du pouvoir ubfoht, tir Li majtfli facrie 
da pouvoir tir Vetnpertur, principi d'orche tic, 11 Cantù preferisce il primo in- 
tendimento. 

2. Anima bitumini uahinil ilcr chriftiana, Tertulliano. 



anticaglie. ioi 

l'umano dritto è naturalmente romano. Anche il la- 
tino idioma, quasi un ponte gittato tra l'antica civiltà 
e la moderna, servì notabilmente i progressi della se- 
conda; sebbene i suoi servigi non sieno stati senza 
mistura alcuna di danno, osservandosi a ragione il ri- 
tardo alla general coltura de' popoli arrecato dalla 
preferenza de' dotti per una lingua diversa dalle na- 
zionali '. Chi non sa che fin nel decimoquarto se- 
colo un Dante fu tentato di scrivere il suo poema in 
latino ? e chi a questa idea non freme ? Computato 
adunque ogni cosa, i beni da Roma ereditati si ridu- 
con per noi a quel tanto che la romana legislazione 
contribuì al successivo perfezionamento delle nostre 
leggi, e che il latino linguaggio conferì al successivo 
sviluppo della nostra coltura : troppo scarso compenso 
a tante morali e materiali rovine, quante ne accumu- 
larono sul nostro suolo otto secoli di romano do- 
minio. 

i. Si vegga su tal proposito Herder, Filo/. Stor., XIX, 2. 




POESIE 



•MEXGELLINA. 1 



O di tutto quaggiù l'innovellata 
Maisempre, inevitabile vicenda ! 
Cosa ch'un giorno in alto pregio è stata , 
Forza è diman ch'in vilipendio scenda; 
E tal, ch'oggi vediam bassa e spregiata, 
Giorno poivien, ch'in nobil grado ascenda, 
Senza che farvi uom possa opposizione, 
Senza ch'almen ne scorna la ragione. 



Dove surser città, dove Tuoni colto 
Di civiltà conobbe ogni vantaggio, 
Cinto di penne il crin , dipinto il volto , 
Errando or va l' American selvaggio ; 
Né di tanto splendor, ch'ora gli è tolto, 
Restato gli è nella memoria un raggio ; 
Ma, senza sollevar degli anni il velo, 
Adora il tempo, in ch'ebbe amco il Cielo. 

i E il principio di una novella in tre canti già pubblicata in Napoli. 



M 



106 Mergellina. 

E per contrario, dove già dipinto 
Il nudo andò, selvatico Brettone, 
E dalle braccia dell'Oceano cinto 
Inferocì nella sua gran prigione; 
Or tanto innanzi un popolo s'è spinto 
Che a lui null'altro in civiltà s'oppone. 
Né sol si può di questi duo. ciò dire, 
Ma ben d'esempio possono servire. 

E se con l'elevate e grandi cose 
Paragonar le piccole è permesso, 
Chi l'occhio a queste, com'a quelle, pose, 
E non mirò succedere lo stesso ? 
Dove d'una città le preziose 
Parti già furo, or è '1 più vii recesso : 
Dove fu borgo, o loco fu di spregi , 
Poi spesso i Grandi albergano ed i Regi. 

Qual mai tu loco in Napoli ritrove 

(Che parlar della patria è sempre bello) 
Che più di quel fosse pregiato, dove 
Sorgeva un tempo il Capuan castello ? 
Nobiltà v'abitava più ch'altrove, 
Ed avean quivi i nostri Re l'ostello. 
Eppur chi per affari o per suo gusto 
Oggi vi passa, e non ne trae disgusto ? 



M e r g eli i n a . 107 

Degl'impuri piacer l'atra sentina 
Dalla canaglia eternamente smossa 
Il capriccio del tempo ivi confina, 
E questa l'aere intorno ammorba e ingrossa. 
Gente micidiale e malandrina, 
Dalla civil società rimossa, 
In parte ancor sì tetra incarceraata 
Il fio vi sconta delle sue peccata. 



E venir d'alto il grido ed il lamento 
S'ode, con cui da' mesti viandanti, 
Lor assegnando un nome a piacimento, 
La limosina cercano i furfanti. 
Giungon calessi d'ogni parte, e a stento 
A far riesci qualche passo innanti; 
Senza de' giorni ragionar, ne' quali 
Adito aver si suole a' tribunali. 



Santa cosa è giustizia, e templi ed are 
Ebbe già Temi nel buon tempo antico ; 
E cara averla debbe ed onorare 
Qualunque di ben far non è nimico. 
Ma pur, dove mai l'uom si può trovare, 
Che serbi un cor de' suoi fratelli amico, 
E che non senta la malinconia 
Solo a guaardar l'augusta Vicaria ? 



io8 M erg eli in a. 

Uscier, procuratori, ed avvocati , 
Giudici saggi, e dotti presidenti, 
Poiché gli uomin da voi son tutelati, 
L'onor voi siate delle colte genti : 
Ma non perciò sono men duri i fati 

- De' lagninosi e miseri clienti; 

Né mai que' lochi si potranno amare, 
Dove le cause soglionsi agitare. 

Strette e scure le vie, rozza la gente 
E dell'altrui progressione ignara; 
D'ogni sozzura sentina spiacente, 
Teatro eterno alla togata gara ; 
Ecco il loco qual'è, ch'anticamente 
La parte fu di Napoli più chiara. 
Qual'è la parte intanto, che s'apprezza? 
Ch'ereditò della costei grandezza? 



Fu Ghiaia già silenziosa riva, 

Di pescatori albergo e barcaiuoli. 
Bionda l'arena sotto il sol bolliva, 
È v'eran fitte pertiche e pinoli. 
L'uom, clic provvisto da pescar veniva, 
Dalla moglie aiutato e da' figliuoli, 
Quivi appendea le reti ad asciuttare, 
lui i perigli narrava del mare. 



Me r g e ! 1 i n a . 109 

Non ancor l'incantata Mergellina 
Le liete case, ond'ora è cinta, avea; 
Né gente, a cui sue grazie il Ciel destina, 
Quivi in carrozza a passeggiar correa. 
La bella di Posilipo collina 
Dall'atra Grotta al Capo si stendea 
Qual donna a cui la solitudin piaccia, 
Ed in riva del mar pensosa giaccia. 



Quindi a non molto, tuttavia crescendo 
Di Partenope i lieti abitatori, 
Vennesi Chiaia un gran borgo facendo 
Di gente, che vivea de' suoi sudori. 
Della beltà di loco si stupendo 
Poi presi d'ora in or furo i signori, 
E cominciaro in vari punti alzarvi 
Qualche leggiadro ostel, per villeggiarvi. 

Ma, più ch'ad altri, allo Spagnol fu caro 
Il dilettoso, impareggiabil sito; 
Ed assai Grandi quivi si fermaro, 
E molto fu da' Viceré gradito. 
D'allora il Ciel d'alcuna grazia avaro 
Stato non gli è, ma sempre è più salito ; 
E se già per natura, or è per arte, 
Napoli mia, la tua più bella parte. 



no Mergellina. 

Chi per Chiaia s'aggira, chi misura 
Con lento pie la magica riviera, 
Aria respira più soave e pura, 
In pin nobil si sente ed alta sfera. 
È la propria miseria ivi men dura : 
Ride la gente fortunata e altera, 
Ridon le case, le colline, l'onde, 
E' 1 core a tanto riso anch'ei risponde. 

Come te lascio, o real Villla », a tergo, 
Che sempre del mio cor fosti il sorriso ? 
D'ogni piacer delizioso albergo, 
Che fede in terra fai del Paradiso ? 
Bella se sorge il sol, se mostra il tergo, 
Bella se il giorno è per metà diviso; 
Bella nel ve.mo, bella ne la state, 
E cara sempre all'anime bennate. 

Per le tante eccellenze, onde cortese 
Natura a Chiaia fu, ma più la sorte, 
Amor di questo loco il cor m'accese, 
Ed ogni dì l'accenderà più forte. 
Quantunque volte lo sgomento prese 
L'anima, e stanco desiai la morte, 
Qui ricovrai, qui l'amarezza mia 
Soave diventò malinconia. 

(i) Così chiamavasi allora; e si sa clic quel bcllumore ilei Yiscviso dicevi clic 
a Nàpoli tvittc le cose erano reali, fuorché il cimitero. Allesso invece e chiamata 
Villa nazionale, ma non potrei dire veramente che il nuovo titolo le abbia por- 
tato fortuna. 



Mergelline. in 

Sempre eh' a calde immagini amorose 
La delirante fantasia die vita, 
Sempre che cari sogni a sé compose 
In estasi dolcissima rapita ; 
Qui me le presentò, qui me gli espose, 
Questa fu la sua scena preferita, 
Or tra le liete case, or tra le fronde, 
Or sopra i colli, ed or in riva all'onde. 



E s'è destin, che della mia meschina 
Vita senta Chi può pietade alcuna, 
Se qualche lieto giorno s'avvicina, 
Che squarci il nembo che' 1 mio cielo imbruna ; 
Esser mai non potrà, ch'a Margellina, 
Che men barbara io provi la Fortuna. 
Se non m'aspetta più benigna sorte, 
Quivi almen gli occhi miei chiuda la morte ! 






feggg^ ^^^ 



UN ASSEDIATO IN VENEZIA 

alla 

FIDANZATA IN NAPOLI 
(1849) 

Tu vuoi saper di me che còsa sia, 
E sai che di Venezia son soldato. 
Dimanda di Venezia, anima mia, 
Perchè sapendo il suo, saprai '1 mio fato. 
Se ti diran : Venezia è vincitrice, 
Non dimandar di me, che son felice. 
Se di Venezia il viver sarà corto, 
Non dimandar di me, che sarò morto. 

Quando giungesse a te sì ria novella, 
Vestiti a bruno e vattene alla chiesa. 
Procura di parer men che puoi bella, 
Che l'ombra mia se ne terrebbe offesa. 
Non piangere per me, perchè a quell'ora 
Io starò a' piedi di Nostra Signora, 
E pensando a Venezia e alla mia donna, 
Poco gentil sarei con la Madonna. 



ii4 Un Affediato in Venezia. 

Non pianger per Venezia, che immortale 
Sarà suo nome, e sol d'invidia degno. 
Ma prega invece Dio che quando l'ale 
Spiegar dovrai verso il celeste regno, 
Tu nel primo abbracciarmi, alma beata, 
Possa dirmi : « Venezia è vendicata, 
E Italia nostra, fenice novella, 
Dalle ceneri sue sorge più bella » . 



Ma perchè tanto il core si tormenta 

D'un mal, che Dio permetter non potria? 
Su via, diletta mia, statti contenta, 
E vada in Austria la malinconia. 
Quando udrai ch'alia sozza orda croata 
Questa laguna sepoltura è stata, 
Vattene in chiesa, o bella, che trovare 
Ti voglio appiè del nuziale altare. 



L' OXFACJSIA DEL COLERA 

LA SUORA DI CARITÀ 
(1854) 

- Siate, sorella mia, la ben venuta 
In questo albergo, ohimè, d'ogni dolore. 
Ieri dalla finestra v'ho veduta, 
Ma di chiamarvi non bastommi il core. 

— Scusate, Grazia ; andai qui dirimpetto 
Per dare un po' di cibo a un fanciulletto, 
E invece lo dovei far seppellire. 
Ma che ? qualcosa m'avevate a dire ? 

- Ahimè, sorella, in tutta questa via, 
Già più d'un formicaio popolata, 
Non so se un dieci vivi ce ne sia, 
Tanto che per timor l'hanno sbarrata. 
Io non ho cui parlar del mio dolore, 
E la disperazion vince il mio core. 

— Grazia, che dite ? oh che brutta parola ! 
Avete Iddio, e vi credete sola ? 



n6 L'Orfana del Colera e la Suora di Carità. 

— Io non so veramente se con noi 

S'ha da credere a un punto Iddio e '1 colera. 
Egli è si buono, sì clemente e por, .... 
No, meglio è creder che il demonio impera. 
Me pur quella rea lingua di Teresa 
Avea più volte atrocemente offesa; 
Ma vedendo lei nera ed aggranchiata, 
Io piansi come se l'avessi amata. 



Se più peccati in questa sola via, 

Che in tutto il mondo insiem, si fosser fatti, 

Pur destarsi pietà dovuto avria, 

Che troppo crudelmente siam disfatti. 

Tanto più eh' ora nel cielo v'è quella 

Che Madre delle grazie il mondo appella, 

E 'i divin Figlio v'è co* merti suoi, 

E tanti Santi che pregan per noi. 

Voi del mio dir, sorella, sorridete, 
E forse a dritto, che sciocca son io : 
Ma in cortesia, guardate ed attendete 
Se v'è dolor da compararsi al mio. 
Un padre avea, clic mai non se n'andava 
Se prima la mia fronte non baciava; 
Ed una madre di me tanto altera, 

Che dicea: Qua] è Grazia, tal io m'era. 



L'Orfana del Colera e la Suora di Carità. 117 

Avea un fratello che parca un amante, 
Due sorelline ch'eran du' angiolette, 
E tante amiche in questa strada, quante 
V eran vezzose e oneste giovinette. 
Quando la festa a messa io me ne già, 
Era un trionfo per tutta la via ; 
E tutti mi dicean: Grazia, che hai ? 
Si crederebbe che l'amor tu fai. 



Ed io il faceva, e niuno lo sapea, 

Fuorché la madre mia, Dio l' abbia in pace ; 
Che il giovanetto, che ben mi volea, 
Non era ancor di chiedermi capace. 
Ma di sua le' sicura, amante amata, 
Idol de' miei, da tutti careggiata, 
Io felice vivea, quando una sera 
Scoppiò, come una folgore, il colera. 

Sempre il rammenterò, festeggevamo 
Le fresche nozze dell'amica Annella, 
Ed appunto agli sposi applaudivamo 
Che ballavano insiem la tarantella ; 
Quand'ecco il giovanetto stramazzare, 
E i suoi compagni a ridere, a beffare: 
Ma l' infelice, di levarsi in vece, 
Tutto s'aggranchia, e nero è come pece. 



8 L'Orfana del Colera e la Suora di Carità. 

Allor di campanelli un tintinnio 
Ruppe il silenzio dell' infausta sera ; 
Ed una voce correre s' udio 
Di porta in porta: « È venuto il colera». 
Tremante al pie della Madonna io corsi, 
E tutta notte pregando trascorsi. 
L'alba sopimmi, e quando mi destai, 
Povera madre, inferma ti trovai. 



Dopo un'ora, era spenta : e come voi 
Vedete me, sorella mia, così 
Questa meschina ad uno ad uno i suoi 
Vide morir in men di quattro di. 
Mentre il becchino per un pie traeva 
Ultimo il mio fratello : « E tu ? diceva : 
Il diavol t'è compare ? Se il colera 
Ricco mi fa, ti prendo per mogliera » . 

Ah sozzo can, non era il tuo demonio 
Che di viver mi dava ancor potenza ; 
Era il pensier del mio diletto Antonio, 
Anzi proprio (il dirò?) la sua presenza. 
Mille astuzie adoprò quel giovinetto 
Per confortarmi d'un guardo, d'un detto: 
Talor l'ombrella al Santissimo tenne, 
Tal altra come secretista ci venne. 



L'Orfana del Colerà e la Suora di Carità. 119 

« Grazia, all'orecchio ei pur mi sussurrava, 
Vivi per amor mio, deh non lasciarmi » . 
E l'amor suo da morte mi campava, 
Ma dal colera non potè camparmi. 
Quel dì che colta fui, anima viva 
Non v'era intorno, e certo io mi moriva; 
Ma al primo grido, come per incanto, 
Quell'amoroso mi trovai daccanto. 



Che non fé ? che non disse ? Ma nel male 
Rapidissimamente io m' inoltrai ; 
E fu tal ora che sopra il guanciale 
Come per morta il capo abbandonai. 
Un fremito dolcissimo d'amore 
Scendermi allora dalle labbra al core 
Intesi: e veramente mi fu avviso 
Che in quel momento entrassi in Paradiso. 

Quando mi risentii, d'Antonio in loco 

Voi vidi, e chiesi: « Ov'è? Perchè non viene ?» 

E udii che s'era allontanato un poco, 

Perchè vicino a me non stava bene. 

Da quel momento io più non l'ho veduto, 

E tremo ch'alcun mal gli sia avvenuto. 

Deh per pietà, sorella, se sapete 

Nulla di lui, non più me l'ascondete. 



120 L'Orfana del Colera e la Suora di Carità. 

— Povera Grazia, a Dio siete voi grata 
D'avervi salva da si reo malore? 
D'avervi me per fida amica data? 
Ebben, dategli in cambio il vostro amore, 
E me seguite in placido recesso. 
Il vostro Antonio, dal colera oppresso, 
Stanotte appunto : « Sorella, m'ha detto, 
Direte a Grazia ch'io nel ciel l'aspetto » . 



*&&££> 



A FERDINANDO II DI NAPOLI. 

(1848; 

Sonetto. 



Tiranno tu ? Né pur tal nome un core 
Merta sì vile, una sì cieca mente. 
Borgia, il cui nome è pien di tanto orrore, 
Ben fu di te più ardito e più prudente. 

Chiuso in aurea prigione, o traditore, 
Tu guati l'agonia dell'innocente. 
Ma se a' vivi t'involi, a tutte l'ore 
Ti accerchian l'ombre dell'uccisa gente. 

Or quando lascerai la tua prigione ? 
Come del nostro aver, della persona, 
Pensi della memoria esser padrone ? 

Oh sinché questa non potrai far muta, 
Tienti ben colle man la tua corona: 
Se ti stanchi un momento, essa è perduta. 



ENRICO 



Candida come pura margherita 
La luna risplendea su Mergellina, 
Nella stagion che tregua dalla vita 
Ha l'uomo, e al sonno la pupilla inchina. 
D'argento e perle per incanto ordita 
Colà parea la tremula marina, 
Dove del desto pescator la face 
Un chiaror non spandea rosso e vivace. 

Gli spessi lumi, onde distinto a sera 
Un ciel Napoli par di stelle adorno, 
Eran già spenti, e tutta la riviera 
Tacita riposava intorno intorno. 
Il bel ceruleo di sua costa altera 
Ergea lungi il Vesevo, e al capo intorno 
Nugol di fumo avea bianco e leggiero, 
Pari a cimier di nobile guerriero 

i. È il principio di una novella in tre canti pubblicata già in Napoli. 



124 Enrico. 

Nel solenne silenzio, e nella pace, 
Che l'aere spira cristallino e immoto, 
Saper chi può, che mentre l'uomo si giace, 
Altra gente non tenga il campo vuoto ? 
Eteree forme, a cui veder fallace 
Sia l'occhio usato di guardar nel loto, 
Ch'agli altri pregi del creato immensi 
Giungan di amor, di gioia arcani sensi ? 



E chi, leggiadro Enrico, ora che senza 
Moto ogni cosa è intorno, e chi potria 
Di tanti cari obbietti la presenza 
Mostrarti e Tatto nella fantasia, 
Se non fosse amorosa Ittelligenza, 
Che sua vaghezza or sulla terra invia ? 
Chi la speranza e del desìo l'ardore 
Destare or ti potria nel mesto core ? 

Di Mergellina in sulla riva assiso 
Il giovanetto Enrico si giacea, 
Bello com'un di quei ch'in paradiso 
Del verace Pianeta il lume bea. 
Sul crin fatto ad anella e non reciso 
Dritto il notturno raggio discendea, 
Ed il color n'inargentava, ch'era 
Tal, che piuma di corvo è manco nera. 



E urico. 125 

Grande avea questi la pupilla, e lume 
V'era ben, ma consunto dal pensiero 
Raggio parea del sole, che da fiume 
Torbido si rifletta e quasi nero. 
Non d'uomo aveva, che di se presume, 
La cera e gli atti, ma di pur severo ; 
Che tal dello scontento il fea l'affanno, 
E'1 suo troppo affrettato disinganno. 



A veder com'ei tien le gambe tese 
E fissi i rai nel taciturno mare, 
Sculta pietra, dov'alma unqua non scese, 
Potrebbe all'occhio d'un mortai sembrare : 
Ma se v'ha cui l'interno sia palese, 
Altro vi scorge, ed altro gli ne pare; 
Ch'in quella sensitiva anima stretti 
Sono a battaglia i più potenti affetti. 

O vile, egli pensava, o stolta gente, 
Che poco, o nulla del pensier ti vali, 
O se pur te ne vali, è solamente 
Per nabissare i tuoi meschini eguali ; 
Tu come informe sasso che non sente, 
Rotando vai tra l'allegrezze e i mali, 
Finché l'abisso ti raccoglie, e il giorno 
A riveder mai più non fai ritorno. 



I2Ó E 11 vico, 

E se leggiadro fior nel tuo cammino 
Per caso incontri, declinando a valle, 
Leggiadro fior, ch'odori di divino, 
E sdegni il lezzo della cupa valle ; 
Tu spietato lo calchi, ed il meschino 
Sforzi a teco tener lo stesso calle, 
Sinché non odorato ei dalla faccia 
Della terra sparisca, e spento giaccia. 

E dalla fiamma, che nutrirsi in core 
F mi sentia nella più verde etade, 
Aspettar non dovea che dell'onore 
Calcassi un dì le faticose strade ? 
Della patria morir segno all'amore, 
E viver poi nella posteritade ? 
Aspettar mei doveva, e l'aspettai ; 
Ma, lasso, or veggio ben che m'ingannai! 

La mente usata a visitar le sfere 
E rivenirne carca di tesori ; 
Che d'in vita ridurre avea potere 
L'uomo e' ha dritto ch'ogni età l'onori; 
Ch'avria forse potuto a suo volere 
Ogni latebra penetrar de* cori; 
Ali questa mente in vili e nìcschin'oprc 
Ogni argomento suo convien clfadoprc. 



Enrico. 

Convien ch'ai volgo si confonda, e frodi 
Quando frodata esser d'altrui non brame ; 
Convien che faccia di berretto, e lodi 
Chi degno è senza dubbio dello strame ; 
Convien che si torturi in cento medi 
Se dal suo corpo uscir non vuol per fame ; 

Convien che chiusa al bel raggio divino 

E così vada, s'è pur mio destino. 

Ma di questo mio cor, di questo mio 
Core ch'amor, ma vero amor mi chiede, 
Che d'impietrarsi, quando il suo desio 
Sazio non resti, impegnami la fede; 
Dir mai potrò di questo cor, eh' al rio 
Destin lo piego, e negargli mercede ? 
Cor mio, noi dico, né mercè ti nego, 
Ma che pur mi dia tempo io ti riprego. 

E se donna è pel mondo, in cui di vero 
Amor capace l'anima riluca, 
Gli Angeli prego, e negli Angeli spero, 
Se sempre lor sorrida il sommo Duca, 
Che di mia vita un d'essi nel sentiero 
Quella tal donna innanzi mi conduca ; 
Si che '1 mio core da cotanta noia 
Libero si ravvivi, e ch'io non muoia. 



127 



»8 Enrico. 

Questo pensava il giovanetto, ed una 
Lagrima gli sorgea nella pupilla, 
Che lenta lenta scesa per la bruna 
Gota, al confin del volto si tranquilla, 
E quinci, irradiata dalla luna, 
Pende simile a perla e diffavilla. 
Gli umidi rai poscia levando ad alto, 
Si fea men aspro de' pensier l'assalto. 

Che su per l'aria rilucente e pura, 
Di ridenti fantasme innamorate 
Spirto gentil d'incognita natura 
La soprumana gli pingea beltate. 
Dell'onde il mormorio si trasfigura 
In concento d'amore e di pietate : 
E l'alma serenata a poco a poco 
Tutta gli ardea d'un amoroso foco. 






Zik 



VOLONTARI IN RITARDO 
(1866) 



Sulla più alta vetta d'Appennino, 
Donde si scorge l'uno e l'altro mare, 
Di spiriti guerrier gruppo divino 
Stassene tutto intento a giù mirare- 

Ombre de' prodi corsi dal Sebeto 
A far Venezia di lor sangue rossa, 
Stanno or con viso alteramente lieto 
Mirando di Venezia alla riscossa. 

Sol di Poerio l'ombra in disparte 
Gli occhi non leva, motto non fa. 

« O mia Torino (esclama Pepe), o terra 
E nella buona e nella rea fortuna 
Sempre pari a te stessa, ecco di guerra 
Novo e più fero nembo in te s'aduna. 

Non basta a te l'avere a Italia dato 



130 Volontari in ritardo. 

Decenne asilo, un Rege a tutte prove, 
Ed un popol d'eroi: chi ancor soldato 
In te non è, già volontario move. 
Ma più seguaci per Garibaldi, 
Suo redentore, Napoli avrà. » 

« Oh come (grida Rossaroll) commosse 
Son le vie di Milano ! Orde croate, 
Sarete ancora di terror percosse 
Come ne' giorni delle barricate. 

Ma quai lampi dal mare ? Ah sono queste 
Le genovesi carabine in gala. 
Rivedranno per voi l'acque di Trieste 
I prodigi dell'acque di Marsala. 

Ma volontari ancor più ardenti 
Dal mio Vesevo Italia avrà. » 

Un dice che il valor spento in Toscana 
I ducali papaveri non hanno : 
Un altro, che l'Emilia e la Romana 
Gente di sé maravigliar già fanno. 

Ma giura ognun che dalla nobil terra 

Che de' Borboni il sozzo giogo ha infranto, 
Maggiore il grido sorgerà di guerra, 
E più cagione avrà l'Austria di pianto. 

Sol di Poerio l'ombra sdegnosa 
Gli occhi non leva, motto non fa, 



Volontar i i n r i t a r do. 131 

Ma rivolto lo sguardo in tutti i lati 
Dal Varo al Tronto hanno gli spirti ormai ; 
E su Napoli alfin, maravigliati 
Del suo strano quetar, fermano i rai. 

Veggono i preti ordir frodi, i sicari 
Affilar l'armi, ed orecchiar le spie, 
Ma non veggono ancor de' volontari 
Ch'ei presagirò, brulicar le vie. 

Dovunque il popolo ferva o s'accalchi, 
La lingua è in moto, il braccio sta. 

Allor s'avanza di Poerio l'ombra, 
E fissi gli occhi alla natia cittade, 
Favella : « O gioventù pur sempre ingombra. 
La mente e il cor di greca vanitade, 

Pensa che d'opre forti e non d'inette 
Dispute Italia nostra oggi ha mestieri : 
Pensa che far dei tu molte vendette 
Contro i padroni di Venezia alteri, 

Perchè a Venezia vittime care 
Die più d'ogni altra la tua città. 

Pensa che quando un Garibaldi accetta, 
Ne' seguaci il discutere è folli; 
E smesso il logicar, vattene in fretta 
Dove ho vergogna già che tu non sia. 

Se doman la mia Napoli mutato 



132 



Volontari in ritardo. 



In volontari i cianciator non abbia, 
Questa sanguigna spada che sfidato 
Tutta ha di Mestre la croata rabbia, 
Questa mia spada meco sepolta 
Tra le mie mani si spezzerà. » 



LO CHIGNON. 

Stanca dal ballo Angelica è tornata: 
È molle di sudor, pallido ha il viso, 
Ma leggiadra è pur sempre. 
Spoglia la rosea vesta; 
Il seno allenta; poi dall'aurea testa 
Spicca di non sue trecce ampio volume : 
E nel letto s'adagia, e spegne il lume. 

Ma del ballo i fantasmi lungamente 
Le danzan nella mente. 
Quanta ebbrezza di suoni, 
E di luce, e di sguardi ! e come lieve 
In giro la rapìa quel giovanetto ! 
Che dolcezza a sentire il suo respiro 
Confondersi con quel del proprio petto ! 
Anelante, infiammata, 
A respirar sulla terrazza uscìa; 
E là, quasi all'oscuro, ei la seguìa. 
Dolci parole susurrò, per mano 
La prese, e per baciarla a sé la trasse : 
Ma pudica sottrasse 
Ella il suo viso; ed egli 
Baciava e ribaciava i suoi capegli. 



134 Lo Chi g n 071. 

— I miei ? — Lieve sorride 

La fanciulla; e quel riso altro sentiero 
Dischiude al suo pensiero. 
— M'amerà? sarà mio ? o con la polve 
Del ballo fuggirà Pimagin mia? — 
E pensando, pensando, s'addormìa. 

Ma il suo sonno è agitato 

Come d'inferma: spesso muta lato, 

E si desta ogni poco, e si raddorme. 

A un tratto vede o di veder le pare 

Misterioso lume 

La stanza rischiarare, 

E tre forme di donne in pie disposte 

Intorno ad un deschetto 

Su cui le non sue chiome avea deposte. 

Bianco vestite, hanno le facce smorte, 
E tagliati i capei come garzoni. 
Son tutte affaccendate 
A disfare, a scevrar la finta chioma; 
Ed una parte ciascheduna innante 
Se ne raccoglie come a lei spettante. 
Mute non sono, ma le fioche e strane 
Lor voci non somigliano alle umane: 
Sembrali d'api ronzio. 
Immota per terrore 



Lo CI) ì cr il II . 135 

Sta la donzella, ma l'orecchio tende, 
E a poco a poco il lor parlare intende. 



Una diceva: — Io sono la Maria, 
Nata e cresciuta di Napoli al centro 
In una tana più fetida e scura 
Che la mia sepoltura. 
Pioveva un giorno, ed era già il secondo 
Che non si vedea pane. 
A' quattro canti di quel covo immondo, 
Chi sopra un cencio, chi su poca paglia, 
Giacevam tutti; e sol la mamma e il babbo 
Parlavan basso. Si levò la mamma, 
E disse a me : — Sta su, figliuola mia. — 
Pe' polsi indi mi prese e tenne forte. 
Vennemi a tergo il babbo, in una mano 
Tutti raccolse i miei capelli sparti, 
Li recise cf un colpo, ed andò via. 
Battè le mani il fratellin gridando : 

— Bella davvero ! ah te P han fatta bella ! 

— Oh perchè questo? io domandai piangendo: 
Che male ho fatto? — Nulla, 

Rispose rimettendosi a giacere 

Mia madre: oh di che mai piangi tu, grulla? 

Di fame qui si sviene, 

Ed i capelli oggi si vendon bene. 

Quel giorno si mangiò come signori ; 



136 Lo Chignon. 

Ma del mio covo io non andai più fuori, 
Per non farmi sbertare : 
E dopo un mese di febbre e di pianto, 
Fui portata di notte al camposanto. 

— Men trista della tua fu la mia sorte, 
Diceva un'altra: amai, amata fui, 

E molto pianto fé' versar mia morte. 
La notte di quel di' ch'io fui sepolta, 
Piovean le stelle i più bei raggi loro 
Sulla mia fossa: l'aere profumato 
Era da' fiori delle mie ghirlande, 
E di lucciole tutto scintillante ; 
Un usignuol tra le vicine piante 
Dolcemente cantava: 
Morte bella pareva, in si bel loco. 
Ma nulla è sacro all' avarizia umana. 
Quatto, guardingo, un lurido becchino 
Venne : la terra smosse 
Che mi copriva, sconficcò la bara, 
E la chioma involommi altrui sì cara. 

— Orsù, dice la terra, il tempo stringe, 
E la mia storia in due parole è detta. 
Nacqui in Sorrento, in Napoli a servire 
Fui dalla morte de' miei cari astretta. 
Ma di fogne pestifere col lezzo 



L o Chi g no 11 . 13^ 

Mal degli aranci si muta l'olezzo. 

Presa dal tifo, allo spedai fai tratta; 

E subito un servente 

Vidi venir, che d'una man tenea 

Piena di neve una vescica, e l'altra 

Un par di grosse forbici stringea. 

— Eh già, fece il dottore. 

A quel figuro, sono i vostri incerti ! — 

E allontanossi di cattivo umore. 

Voi partiste, miei cari 

Capei, ma il tifo m'ammazzò del pari. 

Iersera poi de' miei capelli al posto 
Sentii' mi parve il fremito d'un bacio, 
E me un istinto irresistibil trasse, 
Come voi certo, a far questo lavoro. 
Compiuto or è: partiamo. 
Ma prima io voglio a quella poverina 
Dire una parolina. 

Oh perchè tanta hai tu di noi paura ? 
Fummo già qual tu sei; 
Tu sarai come noi, 
E prima ancora che pensar non puoi. 

I miei capelli non t'han fatto bene : 

II tifo già ti serpe nelle vene. 
E me ne spiace, sai ? 

Ma tu perchè turbar la pace a' morti? 



138 Lo Chignon. 

Perchè non prender su' capelli tuoi 
I baci, o cara, de' tuoi cascamorti ? — 

Allor che la dimane 

Angelica fu desta, il finto crine 

Intatto vide ove l' avea lasciato, 

E si disse: — Hai sognato. — 

Levarsi volle, e l'abbonito ormai 

Arnese gittar via, 

Ma sul guanciale il capo le ricadde. 

Qualunque fosse la cagion del morbo 

Dalla notturna larva annunziato, 

Venuto era pur troppo ! Ed a lei pure 

Fu da medica mano 

Reciso il crin, ma fu reciso invano. 

Della morente il guardo 

Errando si posò su quei capelli. 

— Ah se di voi mi fossi contentata ! 

Disse: chi sa ? forse a quest'ora anch'io., 

Ma più non potò dire, e qui finìo. 



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SCHERZO NAPOLETANO 
[1850] 



Caro Monzù, ch'a Napole 
P'i fatte tuoie veniste, 
Dimme, lu cielo lucere 
Maie accussì vediste? 

Vediste nu Pusilleche 
Mente lu sole sbrenne ? 
Vediste nu Vesuvio 
Quanno lu sole seenne ? 

Vediste mai, rispunneme, 
Nu mare'n tutt'u munno, 
Addò cuntà se pozzano 
L'arene de lu fanno? 

Si de 'ngannarte l'anema 
Tu 'n capo non t'hai mise, 
Nià non puoie ch'è Napole 
Nu vero paravise. 



140 Schermo Napoletano. 

E 'n paravise stevase 
Lu tiempo che già fine, 
Ansine che la Mmidia 
Non se 'ntricaie de nuie. 

Ma quanno 5 n tanta grolia 
Nce vedde e' n tanta festa, 
Li mane muzzecaise 
P'arraggia chella pesta: 

E tanto 'mpegno subete 
Essa cu Dio pigliaie, 
Ch'u Patre de li grazie 
Cu nuie se revutaie. 

« Ragione ave la Mmidia 
(Dicette Dio); si 'n terra 
Nu paravise trovase, 
Lu mio mo mo se 'nserra. 

Va, curre alla Miseria, 
E dille a parte mia 
Che da stu punto a Napole 
Sempe de casa stia. » 

Venette la Miseria, 
Pe fa L'ubbtrienza; 

Nò chiù da tanno moppeta 
Da cà s'è la scaienza 



Schermo Napoletano. 

Guè, guè, Monzù, che canchere ? 
Pecche tu te ne fuie 
Sentenno la Miseria? 
Ahimè! povere a nuie! 

Veco che la Miseria 
Si 'n paravise iesse, 
Li Santi fuiarriene 
Da u paravise stesse. 



141 







INDICE. 



Prose. 

Il Molo di Napoli, bozzetto Pag. 13 

Un anno di brigantaggio » 35 

Dell'opera Ufi e cof turni di Napoli e contorni ... » 55 
Anticaglie : 

I. Condizioni de' nostri popoli italici innanzi . 

la conquista romana » 63 

II. Civiltà e coltura della Magna Grecia ... » 71 
III. La nostre provincie durante la dominazione 

romana » 81 

Poesie. 

Mergellina » 105 

Un assediato in Venezia alla fidanzata in Napoli . » 113 

L'Orfana del Colera e la Suora di Carità. ... » 115 

A Ferdinando II di Napoli » 121 

Enrico ; » 123 

Volontari in ritardo » 129 

Lo chignon » 1 3 3 

Scherzo napoletano » 139 



Pressboard 

Pamphlet 

Binder 

Gaylord Bros. Inc. 

Makers 

Syracuse, N. Y 

PAT JAN. 21. 1908 



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UNIVERSITY OF ILLINOIS-URBANA 




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